17 agosto 2017

Ayurveda, antica medicina Indiana

Ayurveda Antica Medicina Indiana
Ogni disciplina, scientifica o metafisica, ha come base una interpretazione filosofico-matematica della natura e delle sue regole che la caratterizza e la distingue. Così è anche per la medicina indiana più tipica: l’ Ayurveda.
I pilastri di questo edificio sono costituiti da elementi di una antica visione filosofica, dualistica, denominata Samkya, anteriore all’avvento del Buddha ma anch’essa atea. Per tradizione si attribuisce a Kapila l’onere di aver redatto il testo anche se, come afferma Radhakrishnan nel suo trattato La filosofia Indiana, nessuna scuola filosofica ha origine in tutta la sua pienezza dalla mente di un solo uomo. Troviamo, infatti, tracce di questo “punto di vista” già nel Rg Veda e nelle Upanisad o perlomeno riferimento a termini che saranno poi adottati dallo stesso Kapila.
Come forse non tutti sanno, il Samkhya è uno dei “Sat Darshana” o sei punti di vista Brahmanici ortodossi, i quali nel corso della storia del pensiero filosofico indiano ebbero il compito di enunciare alcune speculazioni riguardanti la natura dell’universo in generale. Essi sono ancora oggi considerati sistemi autorevoli del pensiero indù in quanto pur essendo diversi hanno in comune le radici negli antichi testi sacri denominati Veda.
Personalmente ritengo che per comprendere i fondamenti teorici dell’ Ayurveda e dello Yoga si debba passare attraverso un esame del Samkhya.
Bisogna premettere che i filosofi e gli scienziati che hanno voluto indagare alla ricerca dei principi della “Manifestazione”, per ovvia costituzione limitata umana, hanno nelle loro enunciazioni costretto l’infinito molteplice in regole finite tentando così di trovare elementi fondamentali ed inscindibili costituenti il presupposto su cui poggiare con sicurezza le loro interpretazioni.
Così è anche per il Samkhya dove con ventiquattro elementi base (Tattva o principi della realtà) si procede a costituire una piramide interpretativa, tuttavia priva di vertice o causa prima trascendente.
Nella mia esposizione ritengo interessante iniziare l’analisi partendo dalla sommità di questo schema.
Gli antichi saggi relatori di questa dottrina, decretarono che due componenti la natura, erano da considerarsi principi ultimi, eterni ed assolutamente incausati: il Purusa e la Prakrti. Il primo può essere considerato, da un certo punto di vista, l’Energia Cosmica Spirituale inespressa. Esso è il Veggente sprovvisto sia di qualità, sia di attributi; la coscienza cosmica impassibile ed immutabile che nel microcosmo ritroviamo riflesso nel puro soggetto interiore ripulito dall’identificazione nella materia.
La seconda, è l’Energia Cosmica Materiale, priva di coscienza ma attiva e dinamica, l’oggetto con il quale erroneamente si identifica il soggetto.
Dalla unione dei due si origina, secondo alcune scuole, il male in quanto, la Prakrti indurrebbe il Purusa a considerare bello e eterno, tutto ciò che in verità sarebbe doloroso e impermanente.
Scopo dell’ Ayurveda, come del resto anche dello Yoga, sarebbe di liberare l’uomo dall’identificazione del soggetto nell’oggetto mediante la discriminazione.
Ma per tornare al macrocosmo, mi sembra di comprendere che questi due costituenti, potrebbero godere in natura di uno stato di quiete e inattività fino a quando non entrano in contatto tra di loro. Sarebbe come a dire che, se si ammette un inizio, l’uno è in grado di attivare l’altro. In poche parole, quando lo spirito entra nella materia la attiva. La conseguenza di tale affermazione potrebbe portarci a considerare lo spirito come responsabile e forse anche, per altre scuole interpretative, causa prima anche se, onestamente, mi pare che i fautori di questo movimento di pensiero non desiderassero presentare l’idea di un Dio sia manifesto, sia trascendente, che potesse essere la causa prima di entrambi sia il Purusa, sia la Prakrti, vedendoli, come altre scuole ammetteranno, come aspetti della manifestazione divina.
Come già detto all’inizio, il Samkhya è ateo, è inutile pertanto cavillare, come alcuni studiosi fanno, nel tentativo di trovare un aggancio per un recupero teistico di tale metodo d’indagine.
Quando il Purusa e la Prakrti, dunque, entrano in contatto tra di loro per un motivo del quale non viene dichiarata la causa, sembra avere inizio l’universo animato che si presenta come evoluzione della Prakrti, sempre secondo questa filosofia, in un primo amalgama, denominato Mahat nel quale sono già attive le qualità che determineranno in seguito, le caratteristiche di ogni singolo agglomerato di materia compreso quello umano. Tali qualità (Guna), se riferite al macrocosmo o all’aspetto microcosmico intellettivo sono: Sattva, Rajas e Tamas.
La prima è la coscienza potenziale, la spinta verso la perfezione, tutto ciò che è in grado di generare bontà e felicità. È leggero, trasparente e illuminante. Esso tra l’altro è responsabile e determinante la formazione dei cinque sensi conoscitivi o jnanendriya: udito, tatto, vista, gusto e olfatto.
La seconda è l’attività, compreso il divenire del mondo; è responsabile di produrre dolore e spingere alla attività febbrile. Determina lo sviluppo degli organi di azione karmendriya: parola, mani, piedi, organi di riproduzione, organi di escrezione.
La terza, infine, Tamas è ciò che si contrappone all’attività, è l’apatia, l’indifferenza che conduce all’ignoranza e all’inerzia. Dal Tamas procedono dapprima i cinque tanmatra o elementi sottili: suono, tatto, forma sapore e odore, poi, con una successiva condensazione, i cinque elementi grossolani (maha-bhuta): spazio, aria, fuoco, acqua e terra.
I tre Guna o qualità della Prakrti non sono mai separati ma convivono in interrelazione dinamica tra di loro, si mescolano e si sostengono a vicenda.
Ecco che, nella medicina Ayurvedica, troviamo rappresentate nel corpo, manifestate fisicamente e più concretamente le tre qualità, definite in questo caso: Vata, Pitta e Kapha (tridosa).
Il medico Ayurvedico, tra l’altro, è in grado di sentire la loro presenza auscultando anche semplicemente il polso. Non si tratta di una interpretazione occidentale del battito cardiaco ma della capacità di avvertire il pulsare di queste qualità in tre punti vicini, sia nel braccio destro, sia nel sinistro alla ricerca di eventuali anomalie o disarmonie tra di loro.
I Dosa (peculiarità-difetti) si manifestano nel corpo con queste caratteristiche divergenti: il Vata corrisponde al secco, freddo, ruvido, leggero, può essere anche il magro ed è situato nella parte bassa del corpo; Il Pitta è calore, fluidità ma anche acidità ed è situato al centro del corpo; infine il Kapha che è la pesantezza, il freddo, la solidità, il grasso e lo ritroviamo collocato nella testa e nel torace.
All’atto della nascita, insieme al patrimonio genetico, l’uomo porta con sé le sue caratteristiche di base, ma queste possono essere sicuramente modificate lungo il percorso della vita dal contenuto della mente (manas) per cui, si afferma che, anche la costituzione dei dosa, è variabile. Affermo che la medicina Ayurvedica sostiene l’ipotesi dell’origine psicosomatica delle malattie. Per questa ragione essa si occupa anche del mentale ed i medici sono sempre pronti a dare consigli ai pazienti per portarli ad una purificazione della loro mente, al risveglio dello stato di attenzione e della conseguente consapevolezza, preludio della coscienza.
La strada è quella di ammettere che esiste una visione soggettiva ed una oggettiva. La prima è preda dell’ego. Ma vediamo da dove ha origine nell’Ayurveda il concetto di ego: quando la manifestazione viene toccata dall’impulso dell’evoluzione si attiverebbe un principio cosmico di coesione “separatista” chiamato ahamkara in grado con la sua forza centripeta di far coagulare la materia inerte portando, le particelle dell’universo, a condensarsi in corpi separati. Da tale principio deriverebbe il senso dell’Io o principio di individuazione soggettiva, nemico della visione oggettiva, che spesso viene vista nelle discipline indiane co
me l’ostacolo alla realizzazione.

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