25 novembre 2017

Rumi e i dervisci

I dervisci (dal persiano darwish, mendicanre, povero) sono i membri di alcune confraternite sufiche, diffuse soprattutto in Turchia e in Iran che si propongono l’unione mistica con Dio mediante l’ascesi e la danza. Alcuni dervisci conducono un’esistenza nomade, mentre altri vivono in monasteri e sono dediti alla preghiera e all’ascesi; non mancano, infine, confraternite di dervisci laici, che celebrano i loro riti in pubblico con intento spettacolare: durante le cerimonie gli adepti raggiungono l’estasi mistica con tecniche suggestive e impressionanti come, per esempio, infilandosi aghi nel corpo o camminando sulle braci.
Per quanto si richiamino direttamente a Maometto, le confraternite dei dervisci si svilupparono in epoche successive: al 1165 risale la fondazione della scuola dei dervisci urlanti così detta per le invocazioni rivolte a Dio in stato di esaltazione; al XIII secolo quello dei dervisci mevlevi, famosi come “dervisci ruotanti”, fondato dal già citato poeta mistico persiano Gialal al-Din Rumi, i cui membri cercano l’estasi mistica disponendosi in cerchio e ruotando freneticamente su se stessi. La città santa di Konya, in Turchia, è teatro del sama estatico dei dervisci rotanti: dal 1273, anno della morte del loro fondatore, ogni 17 dicembre festeggia la ricorrenza con musiche e balli. Nella loro vertiginosa danza, accompagnata dal suono del flauto e dei tamburi, i dervisci si tolgono il mantello nero, simbolo dell’oscuro mondo in cui l’anima è prigioniera e cominciano a ruotare senza posa facendo perno su un piede. La mano destra, spalancata verso il cielo, accoglie la grazia divina; la mano sinistra, rivolta verso terra, trasmette l’energia celeste al mondo mortale. Il cappello cilindrico simboleggia invece la pietra tombale che l’iniziato desidera deporre sulle passioni terrene. Lo scopo della danza (dhikr è generate uno stato di estasi rituale e accelerare il contatto tra la mente del derviscio e la divinità di cui egli si considera parte.
L’esicasmo ovvero la “preghiera del cuore” 
L’esicasmo (dal greco hesychìa, calma, assenza di preoccupazione) è una corrente della spiritualità orientale antica e si può definire come un sistema spirituale di orientamento contemplativo che ricerca la perfezione dell’uomo nell’unione con Dio tramite la preghiera incessante, Il cammino della “preghiera del cuore” consta di tre tappe. La preghiera vocale coinvolge l’uomo nella sua corporeità, perché interessa le labbra, la lingua, la postura, la voce. Le parole vengono pronunciate ad alta voce, oppure sommessamente, o silenziosamente dalle labbra e dalla lingua. Mentre si recitano, l’attenzione si sofferma sul significato delle parole pronunciate, che devono essere piuttosto costanti e ripetitive. La preghiera mentale fa invece appello all’attività intellettuale e riflessiva. Più sviluppata in Occidente, in Oriente è considerata come una fase di passaggio che serve unicamente come preparazione alla preghiera del cuore. Quest’ultima si ha quando la mente ripete la formula senza il concorso delle labbra o della lingua; l’interiorità e cresciuta, c’e una maggiore facilita di attenzione odi concentrazione. La preghiera spesso assume un suo ritmo proprio, a volte “canta” in noi spontaneamente. Quando la preghiera diventa, come disse Teofanie il Recluso, “un sospiro del cuore verso Dio”, allora si è nella autentica preghiera spirituale. Solo questa è veramente “preghiera del cuore”, cioè orazione di tutto l’uomo, corpo, mente e spirito. La preghiera qui non e piu una serie di atti, ma un puro stato contemplativo. La preghiera si fa strada nel cuore e da lì permea tutta la personalita. Il suo r tmo si identifica sempre piu con il battito del cuore, finché giunge ad essere incessante. Si compie quanto 5. Paolo afferma nella sua 1° Lettera ai Tessalonicesi: “Pregate incessantemente” (5,1 7).
La “preghiera del cuore” e il respiro 
Un aspetto molto importante nella preghiera esicastica e la regolarizzazione del respiro. A dare una chiara indicazione sull’esistenza di precise tecniche di controllo del respiro è San Giovanni Climaco: “il ricordo di Gesu sia unito al tuo respiro, e allora capirai l’utilità della solitudine”. Questa tecnica del controllo del respiro non è una mera ginnastica fisiologica, bensi un mezzo per realizzare quella sinergia con e stesse parole dell’invocazione del Nome, fino al punto in cui la sacra formula viene essa stessa respirata scandendone i ritmi con le pulsazioni del cuore.
Cosi si realizza l’apertura dell’occhio della mente grazie al legame che unisce respirazione, circolazione del sangue e pensiero. Per dirla con E. Zolla: “la respirazione esicastica riproduce, in senso opposto ed ascensivo, l’attività cosmologica divina: quando espira, Dio crea il mondo, lo plasma, lo trae in essere; quando inspira riassorbe il mondo, lo riprende”.

Tratto dal libro “Meditazione” – Key Book

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