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Rebirthing e parto dolce
Sperimentato per la prima volta in Russia negli anni Sessanta, il parto in acqua è ormai piuttosto diffuso anche nel nostro Paese (pionieristica in tal senso l’attività svolta dal reparto di ginecologia dell’ospedale di Poggibonsi).
Esso avviene con il corpo immerso in una vasca d’acqua tiepida che può accogliere non soltanto la madre, ma anche il padre o chiunque la partoriente desideri avere accanto. L’ostetrica e il medico sono chiamati in prima persona a cercare di ridurre al minimo e a temperare la violenza della nascita così da rendere più dolce l’ingresso del bambino nel mondo.
Questa presa di posizione rivoluzionaria ha avuto negli anni Settanta e Ottanta una larga diffusione ed ha accelerato la ricerca medica verso l’obiettivo del parto dolce. Il parto dolce si avvale di alcuni accorgimenti tecnici e di modifiche all’usuale assetto di una sala travaglio e di una sala parto: più simili ad una camera di casa, le luci sono soffuse (anche durante il parto), i rumori sono attenuati, la donna può passeggiare e assumere le posizione per lei più “comode” e congeniali sia durante il travaglio sia al momento del parto; inoltre viene privilegiato l’immediato contatto del bambino con la mamma.
L’attesa, le sofferenze, la nascita, erano estremamente utili perché lo arricchivano di informazioni sulla realtà della vita e sulle forti relazioni emotive che il parto instaura fra madre, padre e bambino. Il maschio assisteva partecipando sia alle sofferenze che alle gioie della nascita. L’aver estromesso il maschio da questa situazione equivale ad averlo privato di una grandissima occasione di crescita personale.
La figura del dottore cinquanta anni fa era presente, solamente nel caso di gravi difficoltà; se poi andiamo ulteriormente a ritroso nel tempo, vedremo che la nascita presso i popoli antichi rappresentava un “atto sacro” e prevedeva la partecipazione dell’intera famiglia patriarcale.
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