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Secondo Cari Gustav Jung il sogno può rappresentare oltre che contenuti dell’inconscio personale anche temi propri dell’inconscio collettivo, che è quella parte della nostra psiche che conserva simboli universali detti “archetipi”. Questi archetipi non provengono da acquisizioni personali, ma sono ereditati dalla specie come risultato della storia dell’umanità a partire dalle origini. Secondo la concezione junghiana, dall’inconscio collettivo originano i miti, le idee religiose, le visioni e i sogni, poiché persone di culture differenti possono spontaneamente attingere da un comune immaginario simbolico. Jung parla di questi sogni definendoli “grandi”, cioè sogni ricchi di significato che provengono da questo strato più profondo della psiche, non dirado ricchi di forza, poesia e bellezza. Tali sogni si presentano perlopiù in periodi decisivi della vita, vale a dire nella prima
giovinezza, durante la pubertà, tra i trenta e i quarant’anni e vicino alla morte.
Jung giunse a formulare il concetto di inconscio collettivo proprio grazie all’interpretazione di un suo sogno, in cui compare un classico simbolo onirico: la casa.
Egli sognò di trovarsi in un salotto arredato in stile settecentesco, al primo piano di un’abitazione non conosciuta che però sentiva essere la sua casa. Esplorando il resto della casa, vide un pesante portone che dava su una scalinata e scese al piano sottostante che immetteva in una cantina, un grande locale dall’aspetto antico con uno splendido soffitto a volta, Sotto la cantina, passando per un’altra scala, si ritrovò in una sorta di caverna simile a una tomba preistorica piena di ossa, con teschi minando e frammenti di ceramiche.
Ecco come Jung interpreta il sogno: «Mi era chiaro che la casa rappresentava una specie di immagine della psiche. cioè della condizione in cui era allora la mia coscienza, con in più le integrazioni inconsce fino allora acquisite. La coscienza era rappresentata dal salotto: aveva un’atmosfera di luogo abitato. Con il pianterreno cominciava l’inconscio vero e proprio. Quanto più scendevo in basso, tanto più diventava estraneo e oscuro. Nella caverna avevo scoperto i resti di una primitiva civiltà, cioè il mondo dell’uomo primitivo in me stesso, un mondo che solo a stento può essere raggiunto o illuminato dalla coscienza. Il mio sogno rappresentava pertanto una specie di diagramma di struttura della psiche umana. Il sogno divenne per me un’immagine guida. Fu la mia prima intuizione dell’esistenza, nella psiche personale di un “a priori collettivo” che ritenni fosse costituito da tracce di primitivi modi d’agire. In seguito, con la più vasta esperienza e sulla base di più ampie conoscenze ravvisai in quei modi d’agire delle forme istintive, cioè degli archetipi». Gli analisti junghiani, per interpretare il sogno, chiedono al soggetto di intrattenersi sulle immagini oniriche, fornendo le proprie impressioni su di esse, arricchendole con altre immagini e simboli, individuando ciò che lo colpisce in modo particolare e illuminando così il sogno in tutte le sue sfumature di possibili significati. A tale scopo, il paziente usa anche “l’immaginazione attiva” che lo porta a entrare da sveglio nello stato mentale del sogno, seguendo spontaneamente le fantasie, le immagini e i simboli che emergono.
Secondo la corrente psicologica del cognitivismo i sogni ci permettono di individuare strategie operative per risolvere i problemi. Quando sogniamo, infatti, la rigidità del pensiero logico cede il passo a un funzionamento più creativo del cervello che permette di inquadrare in maniera differente le situazioni, trovando così soluzioni alternative. È il caso per esempio del chimico Kekulé che nel 1980, dopo molte ricerche, sognò la struttura chimica del benzene.
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