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Come eseguire gli esercizi di pranayama 
 
 
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Riconosciuti i molteplici benefici che si possono trarre dagli esercizi di respirazione è necessario parlare anche dei possibili rischi a cui si andrebbe incontro qualora questi non venissero eseguiti con le dovute cautele. 
La grande guida spirituale G. I. Gurdjieff ebbe a dire che «se non si ha la padronanza della respirazione non si può avere la padronanza di nulla». 
Tuttavia egli avvertiva che in mancanza di una piena conoscenza del nostro organismo e soprattutto delle interrelazioni tra i ritmi dei vari organi, sforzarsi di cambiare il nostro modo di respirare può essere fortemente dannoso. Ed è per questo che nello yoga si distinguono tecniche di Pranayama per principianti e per avanzati. Si procede gradualmente nell’insegnamento in quanto per lo yoga il “vero Pranayama” si ottiene durante la sospensione del respiro(kumbhaka) e ciò richiede una preparazione adeguata.  
La maggior parte degli esercizi che «implicano tensione» sono stati ideati per gli Indiani, che risentono di “uno stato di inerte abbandono”, come afferma Karlfried Durckheim, un pioniere dell'integrazione di corpo, mente e spirito nel suo libro Hara: The Vital Center of Man, “Gli occidentali invece, risentono di troppi stimoli... di troppa volontà e aggiunge, “assegnare troppo prematuramen te lo svolgimento di esercizi respiratori innesta nuove tensioni su quelle già consolidate e genera una vitalità artificialmente indotta seguita da una con dizione di esaurimento per cui l'adepto rinuncia ai suoi tentativi, ai suoi eser cizi”. 
Si parla di “inerte abbandono”. I maestri sostengono che quando la nostra mente diventa calma e vuota, la sospensione del respiro inizia automaticamente; accettare questo principio però non risolve il problema, anzi ci pone di fronte a un ulteriore quesito: quali sono le condizioni necessarie per calmare e svuotare la mente? Che tipo di intervento su noi stessi è necessario? Non serve spostare il problema dal corpo alla mente, o dalla mente al corpo. La respirazio ne implica il coinvolgimento di entrambi. Ciò ci riporta al lavoro preliminare sul corpo, all’esplorazione, alla conoscenza e alla gestione del proprio corpo e, aggiungerei all’accettazione che ci può condurre all’abbandono. Se riusciamo a vedere la pratica di Pranayama come il mezzo più naturale per esplorare le leggi fisiologiche e psicologiche della mente e del corpo, attraverso esperienze dirette che derivano da una chiara consapevolezza interiore, allora potremo cominciare a interpretare il signifi cato di calmare e svuotare la mente. 
Possiamo provare a rendere più comprensibile questo “astruso” concetto dell’abbandono riportandolo ai nostri comportamenti; molte persone hanno profondamente radicato il principio secondo il quale soltanto attraverso l’accanimento e la lotta si possa dare un significato alla difficile esistenza e trovare così la felicità. 
Questo si concretizza nelle lotte quotidiane, anche nelle più piccole cose e si manifesta nel corpo e nel respiro, diventando un ostacolo per una sana crescita psicologica e un male per la salute. 
E’ facile per noi occidentali nutrire una competizione con noi stessi e con gli altri, siamo stati addestrati a questo, ma ciò va nella direzione contraria dell’abbandono. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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