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Siamo arrivati al quinto anga, ed é necessario sottolineare ciò che si é reso comprensibile nella spiegazione degli altri passi elencati da Patanjali e cioé  l’interdipendenza delle varie membra: lavorando su un’  “anga” si approfondiscono i precedenti o si possono anticipare i successivi 
E’ un percorso circolare e ogni anga può rinsaldare la motivazione con cui abbiamo intrapreso questo viaggio che forse é rivolto a soddisfare l’ aspirazione all’ equilibrio, all’ unità e alla completezza presente nel profondo di tutti gli esseri. 
Si può esprimere figurativamente il percorso degli otto “anga” con l’immagine dell’albero. È nel tronco quella dimensione di unità e di forza che posso apprezzare e verificare dai vari rami che da esso si dipartono e che ad esso si congiungono e, quando li percorro, prendo coscienza delle loro interconnessioni e della loro relazione con il tronco; è questo un po’ il percorso dell’Astanga yoga in  cui ci rendiamo conto come ogni” anga”, oltre che preparare i successivi, approfondisce e coinvolge i precedenti anticipando poi in qualche maniera ciò che  spontaneamente, senza sforzo, si verifica. Tuttavia per esigenze soprattutto didattiche si è soliti dividere gli otto rami in due sezioni: lo Yoga esterno (Bahir anga yoga) che comprende yama, niyama, asana e pranayama e lo Yoga interno (Antar anga yoga)  che comprende il processo del samyama e cioè dharana, dhyana a samadhi. Tra queste due parti si posiziona il Pratyahara che funge da elemento di connessione, ma anche di transizione perché è necessario aver realizzato una certa pulizia, una purificazione del corpo grossolano (asana), del corpo sottile ( pranayama) per  raggiungere anche una ritrazione dei sensi dagli stimoli esterni (pratyahara) e realizzare il processo di Samyama.” 26 
Il percorso che abbiamo intrapreso, partendo dalle regole di comportamento, ci ha fatto incontrare le rigidità del corpo accumulate nella nostra esistenza, abbiamo imparato ad apprezzare l’immobilità e il silenzio, la pazienza e l’ascolto, abbiamo percepito il flusso ininterrotto dell’energia vitale, con la sospensione del respiro abbiamo rotto schemi e conosciuto nuove capacità del corpo e della mente, nuova chiarezza mentale, attraverso lo studio dei Chakra e delle corrispondenze ad essi associati avremo modo modo di vederci in connessione con un macrocosmo di cui facciamo parte e di cui non siamo gli unici attori, incontreremo sempre più da vicino i contenuti della mente (klesha) che ci impediscono di proseguire fluidamente verso lo scopo dello yoga
Per  arrivare alla totale cessazione della mente (citta vrtti nirodha), che Patanjali indica, secondo me, non come fine, ma come l’inizio di un’esperienza che ci potrà condurre verso il Kaivalya, verso quella condizione di “incondizionato”, passiamo attraverso il mondo dei sensi e delle “impressioni” che questi condizionamentilasciano nella nostra mente e nella memoria condizionandoci nel pensiero e nell’azione. 
Giungiamo ora al Pratyahara la porta d’accesso che ci introduce all’Antar yoga, lo yoga interno, al samyama composto da:  
dharana : la concentrazione 
dhyana: la meditazione 
samadhi: la liberazione. 
Vediamo il significato del termine: praty=contrario, hara=alimentarsi. 
Alimentarsi al contrario. Alimentare i sensi al contrario: non si nutrono più attraverso la fruizione degli oggetti esterni, ma rivolgendo la loro attenzione verso l’interno. 
E’ facile confondere il significato di questo “anga”. 
Il Pratyahara non va visto in senso negativo, non è una repressione, non è una rinuncia al sensoriale, è una capacità di non rimanere coinvolti in questo. 
Non ha importanza se un momento sento la sensazione, l’emozione, in maniera forte, evidente perché la mia sensibilità è aperta e rivolta verso l’esterno, non è tanto importante che in un certo momento sia nell’opposto, in uno stato di immobilità, di silenzio e di centratura, quello che è importante è che non sia identificato né con questo, né con questo, ma abbia la capacità di poterle vivere entrambe. Perché il problema qui è l’attaccamento, la ripetizione del piacere. 27 
Porto dentro un’esperienza e anziché perdermi nelle sensazioni, nelle emozioni e nei pensieri che essa mi provoca, ossero me stesso, senza giudizio. 
Riesco a essere consapevole di ciò che accade senza identificarmi , aldilà del “mi piace/non mi piace” . 
E’ una condizione di apertura, di samtosa, di gioioso contentamento. Con la pratica del pratyahara si raggiunge una qualità di coscienza differente dall’ordinario, un’espansione della coscienza che lascia spazioper iniziare tutto il lavoro interiore.  
Normalmente, per abitudine, i sensi registrano un oggetto e la mente entra in rapporto con quell’oggetto; nel Pratyahara si interrompe questo rapporto, così i sensi si ritirano. Gli oggetti dei sensi, la forma per gli occhi, il suono per le orecchie, gli odori per il naso ecc., sono lì, ma non si permette più agli organi sensoriali di essere influenzati dai loro oggetti. Forse è più corretto precisare che i sensi non sono inattivi, funzionano, ma solo per servire la mente. 
E’ importante capire che il concetto di passività o inattività di un organo sensoriale non significa né disfunzione né malformazione dell’organo, significa semplicemente che la mente si è ritirata dalla forza che lo anima, rendendolo inattivo. La mente è trascinata dai sensi, ne è prigioniera ed è portata verso l’esterno e ciò può destabilizzarla, occorre fermarla, liberarla, renderla indipendente dagli avvenimenti esterni. 
In Pratyahara è quindi possibile esplorare e riconoscere il funzionamento sottile della nostra mente, rilassare le tensioni mentali ed emozionali ed entrare in contatto con le qualità ed il potenziale inespressi della personalità.   
Ora il campo mentale è sgombro quel tanto che basta per permettere una più agevole osservazione del materiale inconscio. Quando il mondo esterno non si intromette, è difficile evitare di fare i conti in qualche modo con il mondo interno. 
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26  Ducci Nazzarena  dispensa di  Yoga  mentale dispensa del 6 aprile 2003  
27 Vannucci Gualtiero dispensa non datata di Yoga mentale  ISFIY di Roma 2001
 
 
 
 
 
 
 
 
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