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“....Patanjali prosegue classificando le “forme del pensiero” o “modificazioni della mente” (vritti) in due modi: il primo, a seconda che esse siano o meno di ostacolo lungo il cammino verso una più sviluppata consapevolezza34; il secondo, in termini di cinque categorie il cui operare si riflette nell’attività mentale: 
1) percezione accurata o cognizione; 
2) percezione inesatta; 
3) fantasia o immaginazione;  
4) memoria;  
5) sonno.  
Senza rendercene conto, noi possediamo una naturale tendenza a catalogare continuamente le nostre “forme di pensiero mettendole in una di queste caselle, in altre parole, senza una distinzione almeno approssimativa tra una percezione esatta ed una inesatta, ci sarebbe praticamente impossibile svolgere la più elementare delle nostre attività, sia fisica che mentale; fra le immagini e i pensieri al nostro interno dobbiamo costantemente distinguere tra ricordi esatti e ricordi immaginari; l’ordinaria distinzione tra fantasia e realtà è ciò che ci distingue dagli psicotici. La nostra abituale coscienza diurna si attenua man mano che il vritti denominato “sonno” prende il sopravvento. Patanjali usa queste cinque categorie funzionali di natura pratica come primo passo per mettere ordine nel complesso e caotico quadro che si offre a chi, per la prima volta, si volge ad osservare il settore della mente.  
Mediante l’assiduo esercizio della capacità di distaccarsi dai propri pensieri, la coscienza gradualmente si evolve. 
Gli aspetti più materiali del nostro essere sono stati posti sotto controllo; comportamento, corpo fisico, energia e sensi sono padroneggiati e l’allievo è ora pronto a concentrarsi più direttamente sul controllo dei pensieri che gli si presentano alla mente, distraendola. Questo lavoro si compie in tre stadi: concentrazione, dharana, contemplazione, dhyana, ed infine samadhi, lo stato più elevato della coscienza. Ciascuno di questi tre stadi non è che un approfondimento di quello che lo precede. Quando la concentrazione si è sviluppata ed è mantenuta per un tempo abbastanza lungo, diventa contemplazione; e quando quest’ultima si fa più profonda, conduce allo stato noto come samadhi.35 
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34 Sia che esse siano klishta o aklishta, cioè, sia che esse servano di ostacoli o meno (klesha).  
35 Rama, Ballantine R., Ajaya, op. cit.
 
 
 
 
 
 
 
 
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