23 Settembre 2022

Buddismo tibetano

La parola tibetana corrispondente a “meditazione” è gom, il cui significato è semplicemente quello di “abituarsi”. Dunque nel buddismo tibetano la meditazione non è vista come mezzo per acquisire poteri mentali straordinari, bensì come disciplina la cui finalità è sviluppare la consuetudine verso un determinato comportamento o visione del mondo.
Ma in cosa consiste precisamente il modo di comportarsi e di concepire il mondo proposto dalla meditazione buddista tibetana? È un atteggiamento etico che mira al rispetto di ogni essere vivente, fondato sui presupposto che gli uomini e le cose sono reciprocamente collegati da una fitta trama di rapporti di causa ed effetto.
La tradizione del buddismo tibetano propone due tipi di meditazione definiti Meditazione Analitica (Lak- Thng) e Meditazione Concentrativa (Shinè. La prima si avvale del pensiero logico-razionale per riflettere su alcuni temi cruciali quali, per esempio, l’intima essenza di tutte le cose. La seconda, contrariamente alla pratica analitica, non ricorre alla mente concettuale, bensì rivolge tutta l’attenzione su un solo oggetto: il proprio respiro, la propria mente, un oggetto visualizzato di fronte a sé, una formula vocale (mantra).
Sull’oggetto prescelto, poi, non deve essere fatta nessuna speculazione particolare: esso deve semplicemente apparire così com’è e va osservato con totale distacco emotivo. Benché la Meditazione Concentrativa permetta di realizzare stati di beatitudine anche molto elevati, non va considerata come fine a se stessa: essa è strumentale alla Meditazione Analitica che, per la profondità dci temi affrontati, necessita di una mente allenata alla concentrazione. L’obiettivo finale dell’iter meditativo, nel buddismo tibetano è la realizzazione di “concentrazione” e “visione profonda” in un unico istante di coscienza.

Tratto dal libro “Meditazione” – Key Book

Related posts