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Siddharta Gautama e il buddismo

Meditazione nella storia – Siddharta Gautama e il buddismo 
Il termine Buddha in lingua pali significa “il risvegliato, colui che raggiunge l’illuminazione”. La sua missione si compie negli stessi anni in cui in Cina due giganti del pensiero e della coscienza, Lao-Tze e Confucio, pongono le basi di altri due grandi sistemi filosofico-religiosi: taoismo e confucianesimo. Il fondatore del buddismo si chiamava in realtà Siddharta e aveva come patronimico quello di Gautama o Gotama: egli nacque in una famiglia nobile indiana, del clan dei Sakya, che risiedeva a Kapilavastu (oggi in Nepal). Nacque verso la metà del VI secolo a.C., probabilmente nel 563 a.C. Suo padre si chiamava Suddhodana e la madre Mahamava. A 19 anni sposò la bella Yasodhara. Per un certo periodo condusse una tranquilla, agiata e felice vita domestica al paro dalle brutture della vita, finché un giorno convinse il suo cocchiere ad accompagnarlo fuori dalle mura del palazzo. In quell’occasione si imbatté prima in un malato, poi in una vecchia e in un cadavere.
Questi incontri furono per lui una specie di rivelazione: era questa la vera condizione umana al di là delle frivole apparenze della sua vita principesca. Il quarto incontro, quello cruciale, fu con un bhikkhu (monaco che aspira all’illuminazione) immerso in meditazione. L’immagine di quell’uomo restò impressa nella memoria del principe Siddhartha e fu come un presagio del cammino che lui stesso avrebbe più tardi intrapreso.
Aveva 29 anni quando decise di lasciare tutto e di ritirarsi in eremitaggio. Si addentrò nella foresta, si rase il capo, indossò l’abito giallo e per sei lunghi anni andò in cerca di una risposta ai suoi interrogativi circa la natura dell’uomo. Interrogò famosi sapienti, si diede all’ascetismo più estremo: malgrado tutti i suoi sforzi però la strada della liberazione restava sbarrata. Una notte, infine, si sedette sotto un albero e promise che non si sarebbe mosso da lì finché non avesse trovato la risposta ai suoi quesiti. Sotto quell’albero combatté l’ultima battaglia, quella contro le inclinazioni e i desideri del cuore umano, la battaglia contro l’amore per il mondo, contro il desiderio dell’onore, della soddisfazione dei sensi, delle gioie famigliari, del benessere e del potere.
Poi, stanco e sfinito dalla sua lunga battaglia si abbandonò semplicemente al puro “esserci”. Smise di cercare, di sperare e di desiderare e, semplicemente, restò seduto ai piedi dell’albero: una pace sconosciuta all’improvviso lo avvolse, la sua coscienza divenne come un lago limpido, trasparente e immobile. Fu così che dopo quarantanove giorni di meditazione, in una notte di luna piena del mese di maggio, in un luogo noto come Buddhagaya, egli raggiunse l’illuminazione. Da allora fu noto come “il Buddha”, e cioè “l’Illuminato”. Aveva circa trentacinque anni. Da quel giorno percorse per altri quarantacinque anni il nord dell’India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità, il buddismo. Buddha morì all’età di 80 anni a Kusinagara. Il Kanjur, la raccolta delle parole del Buddha, è composta da 108 volumi contenenti ben 84.000 insegnamenti; il Tenjur, i commentari stilati in epoche successive, constano di altri 254 libri, altrettanto densi di dottrina.
Il messaggio del buddismo
Il Buddha prima di morire disse: “Ora posso morire felice; non c’è un solo insegnamento che io abbia tenuto per me. Tutto ciò che può esservi di beneficio ve l’ho già dato”. mentre volle sottolineare il carattere universale del suo insegnamento, e la sua natura diversa da qualsiasi altra religione: “Non credete alle mie parole solo perché ve le ha dette un Buddha, ma esaminatele con cura. Siate luce e guida a voi stessi”. Durante i 1500 anni in cui gli insegnamenti restarono vivi in India essi furono chiamati Dharma; nei successivi 1000 anni di fioritura nel Tibet furono chiamati 6’h. Entrambe le parole significano “le cose così come sono”. Comprendere e accettare le cose così come sono è la vera chiave della felicità. Il buddismo è la religione principale in molti paesi asiatici. Anche in Occidente, soprattutto dalla metà del XX secolo, un numero sempre maggiore di persone si è accostato a questa disciplina.
Buddha dedicò la propria vita all’insegnamento e incoraggiò sempre gli allievi a essere critici, a respingere il dogmatismo e a verificare in prima persona ogni aspetto della sua dottrina fondata sull’ottuplice sentiero: retta opinione, retta risoluzione, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto sforzo, retta concentrazione, retta meditazione. Con la meditazione, secondo Buddha, si può produrre una profonda evoluzione interiore e riempire di gioia e significato la / propria esistenza terrena. Nell’illuminazione la mente esprime le proprie qualità innate: libertà dalla paura, gioia e compassione: qualunque cosa accada, permane nel proprio stato naturale di serenità senza sforzo né tensione.
Scuole di pensiero del buddismo
Diverse sono le scuole di pensiero buddiste: il buddismo delle origini – noto come funayana (del “piccolo veicolo”) o thera vada (degli “anziani”) – mirava essenzialmente alla salvezza del singolo e all’eliminazione della sofferenza conseguente al karma. Nei primi secoli dell’era cristiana si diffuse il buddismo mahayana (del “grande veicolo”), comprendente molti insegnamenti sulla compassione e la saggezza: l’adepto rinuncia alla propria salvezza individuale per diventare bodhisattva, e cioè un asceta che rinuncia al nirvana per aiutare gli altri a raggiungere la salvezza. A metà del i millennio d.C., infine, si è diffuso il vajrayana o (“veicolo del diamante”) aperta a contributi provenienti da devozioni popolari non buddhiste.

Tratto dal libro “Meditazione” – Key Book

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