02 Ottobre 2022

Gli Yama

Vuol dire freno, controllo, sono regole di comportamento da adottare nei riguardi degli altri:
Ahimsa: la NON VIOLENZA viene detto nel commento di Vyasa: “è l’astensione dal ferire, dall’offesa in tutti i modi, in tutti i tempi, verso tutti gli esseri”. 
Satya: la VERITA’ non é solo dire il vero ma è anche accordare le proprie azioni alle parole. Dire verità quindi non solo come proibizione, non mentire; “dire la verità significa (dice Vyasa) che mente e discorso devono corrispondere all’oggetto, cioè debbono essere così come sono, se il discorso è proferito allo scopo di trasporre in altri la propria conoscenza non deve essere ingannevole o errato o insufficiente”.
Quindi possiamo intendere questo yama come un’occasione per tentare di allineare pensiero, parola e azione e fare in modo che non ci sia una dissonanza fra quello che diciamo e quello che facciamo e questo è fondamentale in tutti i rapporti. La verità deve essere detta “per recare bene a tutte le creature non per offenderle e qualora fosse usato così, solo per offendere allora nonché essere verità sarebbe peccato anzi essendoci un’apparenza di merito una somiglianza col merito, si commetterebbe il peggiore dei mali, pertanto uno dica la verità soltanto dopo aver ricercato ciò che è buono per tutti gli esseri”. 
Le parole possono dire la verità ma potrebbero essere dette in un contesto in cui fanno solo del  male, in cui la persona non percepisce la verità, ma solo la ferita; in questo caso noi pensiamo che stiamo dicendo la verità, invece stiamo recando un danno ad un’altra persona.
Ci viene così richiesta un’intensa attenzione verso l’altro.
Appare evidente già da questi  primi passi che occorre una sensibilità, un’attenzione, un’accoglienza, una capacità di discriminazione, che può costare un lavoro introspettivo di osservazione di sè nelle relazioni, che potrà durare una vita…. per gli indiani forse molte vite!
Asteya: è non rubare. Viene detto da Vyasa “che il furto è un appropriarsi delle cose altrui in maniera non  
sancita”; nutrire il desiderio di queste appropriazioni, lavorare sul desiderio si ricollega con samtosa (un niyama) il contentamento di ciò che si ha.
Brahmacarya: va ad indicare normalmente l’astinenza sessuale, contemplata nello yoga di Patanjali dove c’è un tendenza chiaramente ascetica: chi pratica lo yoga deve astenersi dalla sessualità.
Ovviamente non tutte le scuole di yoga sono d’accordo e, nel caso di persone che non fanno questa scelta drastica ma che hanno una vita normale, può essere interpretato in tanti modi; può voler dire non arrecare sofferenza a se stessi e agli altri attraverso una condotta sessuale scorretta.
Ha molto a che fare con la conservazione di un’energia sottile collegata alla sessualità e che, se non viene dispersa nell’atto sessuale, può essere poi indirizzata in altre condizioni.
Aparigraha: viene tradotta con austerità, povertà, ha a che fare con la vita degli asceti e viene detta da Vyasa: “Significa non accettare alcunché considerando i danni che comporta l’accettarlo, il conservarlo, il distruggerlo, l’attaccarsi ad essa e l’offesa”. 

Sezione a cura di Lucia Giovenali

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