02 Ottobre 2022

I Niyama

Detti anche astinenze, sono le regole che bisogna rispettare nei riguardi di se stessi, e sono così elencati: Saucha, Samtosa, Tapas, Svadhyaya, Isvarapranidhana
Queste, a differenza degli yama che mettiamo in atto quando le circostanze esterne ci presentano l’occasione, vanno applicate sempre anche se vivessimo isolati, da eremiti, sono delle regole in funzione di una crescita e maturazione personale.Sono delle discipline di purificazione sia degli aspetti fisici, energetici, sia mentali:
Sauca (PUREZZA): la pulizia del corpo
è la purezza esterna, cioè la pulizia del corpo e si ottiene con argilla, acqua e simili, e con pratiche di purificazione, oppure con la consumazione di cibo sacrificale e quindi purezza della dieta.
Nello yoga si è sempre ritenuto che l’interno del corpo possa essere “inquinato” da rifiuti del metabolismo, sostanze chimiche o altre tossine. Questi inquinanti sono considerati un serio ostacolo per la salute e la lucidità mentale. A volte insieme agli esercizi di pulizia si pratica il digiuno al fine di consentire alle  funzioni  metaboliche  di  concentrarsi sull’eliminazione dei rifiuti.” 11 
Possiamo intraprendere un lavoro di purificazione che riguardi anche i contenuti della mente.
Samtosa: che è tradotto con SERENITA’ è il “contentamento”, fare a meno di tutto ciò che non è indispensabile e accontentarsi di quello che si ha. Vyasa traduce: “Si dà contentamento quando non si desidera avere più dei mezzi a disposizione”. 
Lo possiamo definire come l’assenza del desiderio di aumentare le necessità della propria esistenza. Questo implica una continua revisione delle proprie priorità, della propria scala di valori.
Bergonzi fa una lettura psicologica molto interessante: “possiamo leggerlo anche nella patologia mentale. Chi ha una nevrosi ha una capacità di godere estremamente ridotta; quando riceviamo delle ferite psicologiche nella vita e si soffre molto, tentiamo di anestetizzarci a questa sofferenza.  
I meccanismi di difesa sono tutti  basati sul non sentire il dolore: questo dolore si può non sentire facendo finta di averlo dimenticato, rimuovendo l’emozione corrispondente, ma è sempre una desensibilizzazione rispetto al dolore…..il punto è che non solo non si è più capaci di  sentire il dolore ma neanche il piacere, quindi si riduce la capacità di godere.”12 
Tapas: è tradotto dal punto di vista tecnico come ascesi; é quell’ardore interno che si ottiene attraverso l’ascesi, è quell’essere accesi  nella disciplina, é una fiamma che arde senza la quale non avviene una combustione, una trasformazione e un cambiamento.
Parlare di ascesi  in occidente è senz’altro difficile, ma se affrontiamo questo niyama come opportunità per superare la tensione che genera l’attrazione per i bisogni  quali la fame e la sete, stare in piedi e seduti, i digiuni, le penitenze, etc. è riuscire a mantenere uno stato di equanimità di fronte agli estremi stadi che normalmente ci generano forte disagio. Ma come interpretare senza eccessi questo niyama? Vyasa ci viene in aiuto: ” bisogna fare l’ascesi per scorrere il sentiero yoga e si ritiene che tapas, cioè l’ascesi, debba essere praticata dallo yogi nella misura in cui non contrasti la calma mentale”. Ci offre un parametro di valutazione chiaro e inequivocabile.
Quindi l’ascesi ha un valore soltanto finché non diventa qualcosa che turba la quiete mentale.
L’ascesi serve a semplificare il cammino, in maniera tale da poter procedere senza problemi. Quindi deve favorire la quiete mentale, se l’ascesi diventa una specie di automortificazione, uno sforzo continuo che altera completamente la quiete mentale diventa controproducente.
Ancora una volta è necessaria una capacità di discriminazione e il desiderio per la ricerca del proprio equilibrio senza eccessi, senza fanatismi.
Svadhyaya: vuol dire lo STUDIO DI SE’ O DEL SE’, vuol dire andare all’interno di se stessi.
Affianchiamo alla possibilità che abbiamo di esplorare noi stessi  attraverso una pratica concreta, lo studio e la lettura dei testi sacri, dei trattati sulla liberazione. Lasciando che queste letture non diventino uno sterile esercizio intellettuale, ma cercando di usarle come strumenti  che mi aiutano a guardare dentro me stesso, in quanto senza la diretta  esperienza il sapere non serve.
Ishvarapranidhana: é detto: “La devozione al Signore è l’offerta di tutte le azioni fatte a lui come sommo maestro”, sappiamo che per molti il Signore (Ishvara), il Dio ha una particolare presa emotiva e motivazionale per cui la pratica dell’abbandono, della devozione al Signore, l’offerta di tutte le proprie azioni a Lui è anche un modo di mantenersi consapevoli; ogni cosa che faccio se é dedicata a Dio richiede che io sia presente a quello che faccio.
Questo niyama, ovviamente, a prima vista ci fa pensare all’asceta che rinuncia al mondo.
La Baghavad Gita è stato il primo testo che ha indicato una via alternativa a questa; non è necessaria la rinuncia a tutte le azioni e scegliere la via ascetica, chi vuole rimanere nel mondo e vuole avere una famiglia, lavorare, ecc. ha anch’egli una possibilità di liberarsi, perché per la Gita la cosa fondamentale è il distacco: “essere nel mondo senza essere del mondo”. Ancora una volta il percorso di crescita è laico e possibile a tutti.
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11 Rama, Ballantine R., Ajaya, op. cit., Ed. Mediterranee
12 Bergonzi M. dispensa non datata di Yoga mentale Isfiy di Roma 2000/2005

Sezione a cura di Lucia Giovenali

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