24 Settembre 2022

Il Centro di coscienza

Il Centro di coscienza: l’ “io” 

Dice Assagioli in un’intervista:“Credo che occorra insistere che è un’esperienza. Così chi vuole sapere che cos’è  l’Io deve fare l’esercizio di disidentificazione e poi il silenzio… per arrivare alla pura autocoscienza. 
Questo richiede un allenamento. Quindi l’Io non è una cosa teorica. Se uno desidera veramente andare a vedere se c’è bisogna che vada a casa sua! 
Quindi è inutile continuare a discutere intellettualmente su cosa è l’Io, come se fosse un oggetto”.
Il modello di Io psicosintetico é molto vicino alle concezioni buddiste; é fondamentale anche per la pratica sviluppare un io psicologico sano, passare dalla frammentazione all’unità della consapevolezza di tutti gli aspetti di sé.
Senza questo riordino della personalità non può esserci neanche connessione con la spiritualità autentica.
Il modello dell’unità o della riunificazione di tutti gli stati della coscienza, è per la psicologia di Assagioli, l’Io, il Centro.
Questa istanza viene chiamata anche autocoscienza ed è ciò che invece i buddisti intendono per consapevolezza.
Per Assagioli l’Io, che pur include i contenuti della coscienza come i pensieri e le emozioni, non è un pensiero, non è un emozione ma è un puro Centro di autocoscienza.
Trovare il proprio io significa avere innescato un processo di disidentificazione dal controllo costituito dalle proprie idee ed emozioni. E’ un attuare gradualmente una distanza psichica perché possiamo padroneggiare e dirigere tutto ciò da cui andiamo disidentificadoci, come abbiamo intuito da ciò che scrive in carcere.
Come già scoprirono gli Yogi, ordinariamente l’Io tende ad identificarsi con i suoi contenuti: sensazioni, desideri, impulsi, emozioni, intuizioni, immagini, pensieri per cui crede di essere ciò in cui si identifica in quel dato momento e non sa riconoscersi come realtà autonoma e indipendente.
Al di là della molteplicità psichica esiste, secondo la psicosinte si, un io” o Centro di coscienza che non è identificato in nessuna sub-personalità.
Cercare e trovare questo Centro  ci fa sentire “a casa”, ci porta al nostro vero essere e questo é alla base di tutta la vera salute psichica, come ci viene insegnato anche nella scienza dello yoga.
La realtà interna ed esterna é vista con maggiore chiarezza, senza la distorsione di elementi soggettivi, senza manipolazioni, fil tri, pressioni e quindi dinventa pura oggettività.
Se le sub-personalità sono incompatibili tra loro l’io è compatibile con tutte le sub-personalità, quindi le può osservare e capire da un punto di vista oggettivo e superiore.
Dal punto di vista della psicosintesi la coscienza della nostra individualità ci permette di trovare il “Centro”, di scegliere, di essere responsabili. Si deve passare attraverso una fase di individualità, non soltanto come separazione dagli altri e quindi anche come maggior solitudine, ma nel senso dell’individua lità come “IO”, come autocoscienza, come “Centro“: quella parte di noi che è sempre sana e che corrisponde alla nostra vera identità  che rimane sempre uguale a se stessa.Quando dimentichiamo il nostro “Centro” una serie di emozioni, pensieri, sensazioni ci fagocitano e diventiamoquelle emozioni, pensieri, sensazioni.
Per la psicosintesi il Centro,  l’“Io”, può e deve essere ritrovato a favore di un equilibrio. Noi diciamo sempre “io”, ne siamo sempre coscienti. Ma é una consapevolezza inquinata dalla “folla” di contenuti che popolano la nostra mente. Dobbiamo trovare l’Io allo stato puro, distinto da ogni sensazione, emozione o pensiero.
Abbandonare le nostre vecchie iden tificazioni dapprima può sembrare perdere ogni identità; in realtà è un passo decisivo nella direzione giusta. E una morte che sarà seguita dalla rinascita. Ma per morire bisogna avere coraggio.
Per trovare il nostro vero essere, ci dobbiamo rendere conto che noi NON siamo quello che crediamo di essere, quello in cui di solito ci identifichiamo.
Il processo di disidentificazione ci per mette di percepire invece come ognuno di noi sia qualcosa di più grande e di più vasto di ogni singola identificazione.
Disidentificazione dai ruoli e dalle maschere che “indossiamo” quotidianamente, la psicosintesi suggerisce di capire anzitutto i nostri ruoli e per farlo dobbiamo distanziarcene, dobbiamo capire che noi non siamo quei ruoli, come avviene per il genitore che entra in crisi perché i figli se ne vanno, oppure altre persone sono talmente identificate col loro ruolo professionale che quando esso finisce si sentono muti li. La perdita del ruolo è una morte, e può essere accompagnata da dolore e disperazione.
Assagioli non nega la presenza dei ruoli in ogni uomo ma anziché rappresentarli per obbligo e in maniera sciatta, stanca, inconscia, invita, attraverso la disidentificazione, ad imparare a vedere il modello ideale di ogni ruolo, vedere qual è la maniera migliore, più bella di rappresentarlo nella vita con gli altri nella grande commedia umana.
Riporto fedelmente un bellissimo passo di Assagioli tratto da  “Psicosintesi per l’armonia della vita” …” Il valore del proprio compito particolare e il suo si gnificato spirituale sono stati più o meno chiaramente ricono sciuti in tutti i tempi. In Oriente, gli Indiani, pur dando il va lore supremo alla vita interiore, al distacco e alla liberazione dal mondo, hanno con grande equanimità e saggezza ricono sciuto appieno la dignità delle varie funzioni e attività sociali ed hanno dimostrato che vivendole spiritualmente esse non so no un ostacolo, ma possono costituire una via per il più alto raggiungimento spirituale, per l’unione col Supremo. 
Così essi hanno il profondo concetto del Dharma, che è dif ficile rendere con una parola sola. Esso è insieme legge di vi ta, dovere individuale e ideale particolare da attuare nella pro pria condizione. Vi è così il Dharma del brahmano, del guer riero, del commerciante, e così via. Vi è poi il Dharma di cia scuna età: del giovane, dello studioso di verità spirituali; il Dharma del padre di famiglia, che compie tutte le sue funzio ni familiari e sociali finché ha un figlio maggiorenne che si spo sa. Allora questo suo Dharma cessa e comincia quello di ‘colui che dimora nella foresta’. Nell’età matura l’Indiano veniva  
liberato dai doveri familiari che venivano assunti dal figlio mag giore, ed egli si ritirava nella foresta dove attendeva al suo per fezionamento spirituale e ad istruire i giovani. 
Infine, almeno una minoranza passava ad uno stato di vita li bera da ogni legame, persino quello dell’insegnamento. Così gli Indiani, fra i vari Yoga o metodi per creare l’unità interio re (noi diremmo la psicosintesi) e per raggiungere l’unione col Supremo, mète queste che per loro, spiritualisti coerenti e in tegrali, si identificano, pongono accanto allo Yoga della Devo zione (Bhakti Yoga), lo Yoga della Sapienza, (Jnana Yoga), lo Yoga Regale (Raja Yoga), lo Yoga dell’Azione (Karma Yoga). 
Secondo loro l’uomo, seguendo il proprio impulso ad agire, continuando ad operare attivamente nel mondo, raggiunge l’ unione col Supremo, purché egli si purifichi ed elevi i mo venti della propria azione, la renda disinteressata, rinunci ai suoi frutti, la compia come Dharma, come dovere per il bene dei suoi simili, per collaborare col Supremo, cioè, la consacri. 
Questo è detto molto bene nel Canto del Beato (Bhagavad Gita), il testo filosofico e religioso in cui vengono sintetizzate ed armonizzate le principali correnti di pensiero spirituale in diano. 
Arjuna, principe Ksatrya (guerriero) che è a capo di un eser cito, è preso, al momento della battaglia, da scoramento e dub bio. Egli espone questi suoi dubbi, questo suo abbattimento a Krishna, che è l’incarnazione dello Spirito Supremo, sotto for ma di Auriga. Krishna riprende ed incita Arjuna. 
Ecco le sue parole: “Ripudia questa spregevole mollezza d’animo e risorgi”. 
A questo primo incitamento generico, Krishna aggiunge delle ragioni profonde e continua ad incitarlo a combattere. An zitutto, egli dice, “la morte non tocca l’Anima immortale”. 
“Questo Spirito che dimora nel corpo di ognuno è indi struttibile… perciò non dovresti per niuna creatura menar cor doglio. “Inoltre, in quanto al tuo dovere, non dovresti esitare, poiché per un Ksatrya (guerriero) nulla va meglio che una legit tima guerra.” (cioè una guerra fatta per difesa dall’aggressione)
“Ma se rifiuti di combattere questa giusta guerra, allora ab bandonando il tuo dovere e l’onor tuo, cadrai in peccato. 
“L’azione soltanto ti concerne, non mai i frutti di essa. Tuo movente non sia il frutto dell’azione, né vi sia in te propensità all’inazione”. 
E continua: “Non con l’astenersi dall’azione ottiene l’uomo la liberazio ne dall’attività, né per la sola rinuncia dell’azione ottiene la perfezione. 
“Né alcuno nemmeno per un istante può rimanere inattivo, poiché tutti, involontariamente, son costretti dalle energie ine renti alla natura a compiere una qualche azione. 
“Quell’uomo illuso, che pur frenando gli organi dell’azione continua a pensare agli oggetti dei sensi, è chiamato un ipocrita. 
“Ma d’altra parte, quegli che, frenando con la mente i pro pri sensi, con gli organi dell’azione si dedica alla devozione dell’azione, essendo egli senza attaccamento, è superiore agli altri, o Arjuna. 
“Fa’ ciò che è prescritto poiché l’attività è migliore dell’inat tività, e neppure il sostentamento del corpo sarebbe possibile senza l’attività. 
“Questo mondo è legato alle azioni, all’infuori di quelle di sacrificio… Perciò fa’ sempre ciò che deve essere fatto, ma sen za attaccamento. Poiché l’uomo che compie un’azione disinte ressatamente consegue il Supremo. 
“Quello che un grand’uomo fa, gli altri fanno del pari: la gente segue ciò che egli prende come norma. 
“Come gli ignoranti agiscono per interesse nell’azione, così il Savio, desideroso del benessere delle moltitudini, dovrebbe agire con disinteresse”. 
E conclude: “A Me dedicando ogni azione, con la mente fissa sul Sé Su premo, indifferente, esente dall’idea di possessione, liberato dalla febbre mentale, combatti!”. 
Devo accennare che vi è una interpretazione simbolica più profonda, di questo episodio. Un senso interiore e tutto spiri tuale, secondo il quale il campo di battaglia è l’animo umano, i nemici sono le varie parti della personalità stessa.” 
Si introduce così il concetto di padronanza. Padronanza di potenziare o dimi nuire, affermare o inibire (non reprimere, che è un atto forzoso e inconscio), esprimere o contenere, coltivare o ignorare, i vari aspetti di noi stessi a seconda dei momenti e delle situazioni della vita.
Senza rinunciare alla spontaneità (che a volte può essere usata come sfogo liberatorio) possiamo calibrare la nostra espressione a seconda di chi ci sta di fronte.
Possiamo trovare un ulteriore analogia con la via dello Yoga in questo importante concetto espresso da Assagioli: “l’allenamento metodico”, perché non basta fare un esperienza occasionale dell’Io, occorre una disciplina psicospirituale continua nel tempo.

Sezione a cura di Lucia Giovenali

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