01 Ottobre 2022

I Koan

I Koan
I Koan

Secondo lo Zen la profonda contemplazione include sia calma che chiara consapevolezza, sia il silenzio che l’interrogatisi: tutta la vita è un grande koan , è cioè un enigma senza soluzione.

Nella filosofia Zen il koan è una frase paradossale o una storia usata per aiutate la meditazione e per risvegliare nel meditante una consapevolezza più profonda.
Di solito narra dell’incontro tra un maestro illuminato e il suo discepolo nel quale viene rivelata la natura più profonda delle cose.
L’uso dei koan è tenuto in massima considerazione presso la scuola Zen Rinzai, che si tifis agli insegnamenti del monaco Eisai (1141-1215), mentre è piuttosto trascurato dalla scuola Soto, fondata dal monaco Eihei Dogen nel 1227 al suo ritorno dalla Cina, che pone l’accento soprattutto sulla meditazione in posizione seduta, o zazen.
Il Koan, una parola giapponese che viene dal cinese kung-an e significa “precetto pubblico”, caratterizza principalmente la scuola Zen Rinzai, ma spesso è usato anche in quella Soto.
In generale il koan può essere definito come un problema insolubile che, presentandosi come un paradosso logico, favorisce uno stato di vuoto mentale che maggiormente predispone alla meditazione.
Nella filosofia Zen si dice che risvegli la natura più profonda dell’uomo spronandolo a cercate la buddità che è in lui.
In epoca Sung (960-1279) il Chan era l’unica setta buddista rimasta in vita dopo la persecuzione dell’imperatore Wu Tsung, avvenuta nell’885, che aveva estirpato brutalmente tutte le altre. In quel frangente storico, molte correnti buddiste – scampate o rinate dopo la persecuzione – si fusero nel Ch’an accelerandone lo sviluppo.
Verso l’anno 1000 il Ch’an godeva di un vasto consenso e fu in questo clima che maturarono i primi k’ung-an, i futuri koan, che, in principio, erano dei semplici resoconti di casi tratti dalla giurisprudenza cinese che dovevano servire come punto di riferimento per la meditazione. Il koan quindi deriva da una “notifica pubblica” che attestava “l’illuminazione” di qualcuno.
Si potrebbe trarre da ciò la logica conclusione che il racconto dell’illuminazione altrui possa stimolare la propria tramite la lettura del koan, ma non è esattamente così che il koan funziona. I koan si sono evoluti lasciando la strada del razionale e della sapienza nel suo senso stretto. Sono spesso paradossali, intrisi di nonsense, incomprensibili o ambigui.
Ma è proprio ciò che s’è voluto creare: uno strumento capace di mettere in difficoltà la mente razionale.
Questa mente, che pretende di governare la vita, è incapace di venire a capo di un koan e allora l’uomo conosce quelle potenzialità che il razionale gli nascondeva. La vera svolta si ebbe intorno al 1100. Le principali scuole Ch’an erano quelle di Ta-hui della casa di Lin-chi e Hung-chih della casa Ts’ao-tung.
La prima era dedita all’utilizzo dei koan non come studio, ma come vita quotidiana, mentre la scuola di Ts’ao-Tung era invece decisamente più spiccatamente orientata
all’intellettualismo. Ta-hui sosteneva che la vita in tutti i suoi aspetti fornisce occasioni di meditazione e spunti per mettere in pratica la saggezza dei Sutra e che la vita è essa stessa un k’ng-an (koan).
Questa “diatriba” dottrinale fra le due scuola fu poi esportata in Giappone dando vita alle due principali correnti dello Zen, ovvero la corrente Rinzai (in cinese: Linchi) e la corrente Soto (in cinese: Ts’ao-Tung). I primi valorizzarono i koan e i secondi lo zazen, ma comunque entrambi condivisero le posizioni di Ta-hui sulla non dualità tra pratica dello Zen e vita quotidiana.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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