22 Giugno 2024

Il Buddismo Zen

Lo Zen colpisce la nostra fantasia e stuzzica la nostra voglia di esotico e, per questi motivi, se  vogliamo piuttosto banali, si sta diffondendo con una certa velocità. In realtà, lo Zen è qualcosa di più profondo, mistico e personale.
Probabilmente si tratta della corrente più mistica del Buddismo.
Il suo primo concetto l’indivisibilità del Budda da tutto ciò che esiste: pertanto l’uomo è chiamato a raggiungere, anche egli, l’unità con la divinità, in questo mondo, ciò può avvenire solo tramite l’illuminazione interiore che viene raggiunta attraverso gli eterei stimoli dettati dai maestri e da una costante pratica meditativa.
La verità, così si usa dire, non può essere raggiunta con la ragione, né può essere espressa in concetti. Gli stimoli preferiti sono il senso del bello (come l’arte di disporre i fiori, la cerimonia del tè ecc.) e il controllo della respirazione.
Molte sono le analogie tra la dottrina Zen e il Tantrismo e, specialmente, con la scuola Sabajayana. In entrambe si dà rilievo alle tecniche di meditazione e ai mezzi che possono svegliare l’attività spirituale. La concentrazione viene cercata con enigmi, paradossi e immagini materiali, evitando dogmi rigidi e predefiniti.
Il Tantrismo mirava al conseguimento dello stato di Budda “in questo stesso corpo”. Diversamente dallo Zen, che non pretende assolutamente di attribuire al satori dei poteri magici, l’ideale del Tantrismo era il raggiungimento dello stato di siddha, parola che significa “mago”.
Il Chan è stato definito spesso come la più importante delle scuole cinesi.
La sua storia comincia con il “sesto patriarca” Huineng (638-713). Prima di lui, secondo Conze, “vi fu la preistoria del Ch’an” quando non si poteva distinguere le leggende dalla realtà storiche.
La figura di maggior rilievo di quel periodo è Bodhidharma. Si tramanda, infatti, che Sakyamuni (Budda) avesse raccontato a Mahakasyapa la dottrina segreta che, poi, fu tramandata di patriarca in patriarca per via orale, fino ad arrivare appunto al Bodhidharma; un personaggio di indubbio carisma raffigurato spesso “come un fiero vecchio, con una lunga barba nera e grandi occhi dallo sguardo penetrante”.
Nella “preistoria’ Ch’an, avvenne la scissione tra il ramo settentrionale della corrente, con a capo Shen-hsiu, e il ramo meridionale con a apo Hui-neng di Canton.
Il motivo di tale divisione fu la questione legata al come si dovesse conseguire l’illuminazione: secondo il ramo settentrionale la si doveva raggiungere gradualmente dopo un periodo di grande applicazione e disciplina, secondo il ramo meridionale, invece, il satori avveniva istantaneamente.
Quest’ultima corrente si identificò con il Ch’an tradizionale e così è rimasto fino ai nostri giorni.
Un altro momento storico importante del Ch’an è l’innovazione normativa fatta da Pochang per l’organizzazione della vita dei monaci che doveva essere una combinazione tra il Vinaya buddista e i precetti corifuciani.
I monaci facevano sì il giro della questua, ma erano tenuti a lavorare.
Per questo motivo i maestri della scuola vivevano in luoghi remoti.
Per sopravvivere era necessario coltivare la terra e allevare le bestie; questo sistema di vita, simile al principio “ora et labora” dei nostri frati Benedettini, era prima di allora sconosciuto alle comunità di monaci indiane (Sangha). Ancora oggi nei monasteri Zen praticare il samu (e cioè il lavoro), è basilare per la crescita spirituale dei praticanti.
Il Ch’an, per quanto riguarda la realizzazione pratica dell’illuminazione, prese posizione contro tutto ciò che rischiava di far perdere di vista e soffocare il vero scopo della dottrina e “reagendo contro tutto questo apparato devozionale eccessivamente sviluppato il Ch’an perorò una semplificazione radicale dei mezzi da usare per raggiungere l’illuminazione”.
Con lo stesso termine “zen”, talvolta, si ricorda anche la tradizione cinese, da cui storicamente deriva questa dottrina, e cioè quella prima fase del suo sviluppo che avvenne all’interno del mahayana.
Di fatto lo Zen è proprio una versione giapponese del Buddismo.
Praticamente la parola “zen” non è altro che la pronuncia nipponica della parola cinese ch’an. A sua volta, questo termine deriva dalla lingua classica cinese.
Lo si utilizzava, infatti, per rendere foneticamente quello che era il termine sanscrito Dhyana.
Nell’insegnamento del Budda, Dhyana stava a indicare i graduali stadi della coscienza che scaturiscono dall’esercizio del Samadhi, ossia la concentrazione meditativa.
In seguito nacquero diverse forme composte dello stesso termine, come Chanseng, Chanshi (Monaco meditante, Maestro della meditazione), che genericamente indicavano una categoria di religiosi che si dedicava in modo particolare alla meditazione Il Ch’an fiorì sotto la dinastia Tang (618-907) e grazie all’impulso dei suoi maestri si diffuse rapidamente soppiantando le al tre sette buddiste.
Attorno all’845 vi fu una grande repressione contro il Buddismo e il Ch’an  s’indebolì significativamente; il suo insegnamento originario, diretto, aspro, spontaneo, ottenne una nuova istituzionalizzazione solo sotto la dinastia Song (960-1279).
In Giappone. il Ch’an (Chan) prese una forma più raffinata e sfumata. Le due scuole concorrenti, Rinzai (quella più vicina alle origini) e Soto (la più moderna), modificarono la pedagogia dei saggi cinesi, insistendo sulla meditazione in posizione seduta (Zazen) e sulla soluzione di enigmi verbali, i famosi koan, o kungan.
Lo Zen predilige l’atto puro, l’azione diretta e tutti quei modi privi di vincoli culturali diretti al modo di rapportarsi con l’esperienza e con l’intuizione. È  particolarmente innovativa, secondo lo Zen, la concezione del vuoto, che si distacca totalmente dal nichilismo occidentale.
Se per l’Occidente, infatti, esso rappresenta la morte, la
cessazione e la mancanza o la privazione e la negazione, il mu, l’intraducibile nulla dello Zen, è qualcosa di estremamente dinamico. o stato germinale di tutte le cose, contenitore del tutto e condizione sine qua non per la nascita di tutto.
Tra i vari modi utilizzati per indicare il mu si trova l’Enso: un ideogramma dalla forma circolare che, tra i simboli dello Zen, è uno dei più noti. Allo Zen si legano numerose pratiche anche molto diverse tra loro: le arti marziali (aikido, karate, kendo), o la calligrafia (shodo), la scrittura lirica di haiku, l’ikebana, il tiro con l’arco (kyudo), la preparazione del tè e, in particolare, lo zazen.
Lo Zen, dopo essere sopravvissuto attraverso secoli difficili, conobbe una nuova espansione all’inizio del xx secolo quando i missionari giapponesi lo portarono nell’America del Nord (soprattutto in California).
Qui, per esempio, lo studioso buddista Suzuki Daisetsu Teitaro scrisse dei libri riguardanti lo Zen in lingua inglese.
Negli anni attorno al 1950, grazie al movimento beatnik. lo Zen divenne la “filosofia” di quei giovani appartenenti alla New Age, che lottavano contro la società industriale.
Lo Zen arrivò anche in Europa, ma qui rimase appannaggio degli intellettuali e degli studiosi.
Anche grazie alle grandi personalità che si sono impegnate a introdurlo in America ed Europa, quali lo psicoanalista-filosofo Jung e il citato studioso giapponese Suzuki, il fascino della dottrina Zen suscita oggi nella cultura occidentale un interesse sempre crescente che ne sta favorendo la diffusione anche nel nostro paese.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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