22 Novembre 2019

Il rito del seppuku

Il suicidio: il rito del seppuku

Il samurai era al completo servizio del proprio padrone (daimyo). Per lui era pronto a qualsiasi sacrificio, compreso quello estremo della morte.
Il fatto particolare è, però, che la vita non doveva essere necessariamente tolta in battaglia dal nemico.
In certi casi, e solo per i samurai, togliersi la vita spontaneamente era doveroso: il rituale del suicidio del guerriero era chiamato seppuku (noto comunemente come haraktri, “taglio del ventre”) e rappresentava la fine più onorevole per un guerriero.
La morte, in questo modo, trascendeva il semplice significato di cessazione della vita, per divenire la dimostrazione finale del coraggio che aveva caratterizzato tutta l’esistenza del samurai e l’assoluta padronanza che egli aveva sul proprio destino.
Il nome volgare del suicidio rituale deriva dalla parola hara che indica il “ventre”, parte anatomica che i giapponesi consideravano sede dei pensieri e delle emozioni, una sorta di centro nevralgico e propulsore dell’essere fisico e spirituale dell’uomo.
Il seppuku è senz’altro uno degli aspetti più difficili da comprendere nel codice morale dei samurai.
Nel bushido è scritto che la via del guerriero è la morte, per cui il samurai doveva essere sempre preparato ad essa e, per questo, il guerriero veniva abituato a pensare e riflettere su di essa ogni martino e ogni sera.
Anche in questo frangente, lo Zen era di grande conforto per il guerriero: in base ad esso, vita e morte sono collocate sullo stesso piano e l’una esiste solo grazie all’altra; quindi l’atteggiamento verso entrambe era – come accade tuttora nella cultura giapponese – positivo, contrariamente a quello che accade in Occidente.
Questo atteggiamento permea tuttora la cultura giapponese che, benché non incoraggi il suicidio, semplicemente non ne fa un tabù.
Il suicidio non è una colpa, non porta con sé un marchio d’infamia, come nei paesi occidentali, dove è considerato contrario sia alla moralità laica sia al senso religioso.
Seppuku 
Spesso, se le circostanze lo consentivano, il seppuku veniva preceduto da un bagno purificatore e da un banchetto offerto agli amici nel quale il samurai dimostrava rilassatezza, serenità e autocontrollo.
Alcune volte si scrivevano persino brevi poesie e versi (haiku) che descrivevano lo stato d’animo e davano l’addio alla vita.
Poi, seduto su un panno bianco, il samurai si squarciava il ventre (hara) con un risoluto movimento da sinistra verso destra.
Se le ultime forze glielo permettevano, faceva risalire la lama verso l’alto (jumonji,), per dimostrare la fiera volontà di morire.
L’arma usata era il wakizashi (spada piccola) ko-ga-tana (pugnale).
Nella fase culminante del rituale del suicidio, se il samurai non moriva e soffriva ancora dopo lo squarcio infertosi, un aiutante (kaishakunin), solitamente l’amico piu fidato, posizionato alle sue spalle, gli tagliava la testa con un taglio netto di katana.
Le occasioni per praticare il seppuku erano:
1 Desiderio di seguire il proprio Signore anche nell’aldila.
2 Evitare la cattura da parte del nemico in caso di sconfitta.
3 Contestare una decisione presa da un Signore.
4 Espiare una colpa commessa nei confronti di un superiore.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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