15 Novembre 2019

Le tre dottrine buddiste

Le tre dottrine buddiste essenziali proprie dello Zen

Lo Zen fa proprie alcune essenziali dottrine buddiste. Esse sono principalmente tre: anatta, anicca e dukkha. Anatta, in sanscrito anatma, (“non-io”, “non-sé”), significa che l”io”, la “persona’, il “soggetto”, come centro spirituale, che unifica tutte le attività dei sensi, non esiste, o meglio, ha un’esistenza solo illusoria.
L’individuo umano è formato da cinque gruppi di “aggregati”(skandha) che sono in rapporto tra loro, senza però avere un unico referente, una componente dominante.
Essi sono il corpo, con i suoi sei sensi (l’udito, la vista, l’odorato, il gusto, il tatto e il pensiero), le sensazioni (che si provano nel momento in cui i sensi entrano in contatto con gli oggetti), le percezioni (che nascono dall’elaborazione delle sensazioni), gli impulsi spirituali, (cioè le idee, le volizioni e desideri, che scaturiscono dalle percezioni) e, infine, la coscienza (ovvero la consapevolezza di percezioni, idee, volizioni e desideri).
L’anatta, che è il concetto centrale del Buddismo, vuole esprimere che l’uomo, poiché vive nell”illusione” (maya) di essere un “io” individuale, vive nell’”ignoranza” (avidya) del suo vero essere che non è l”io” fenomenico, la sua persona.
Egli si libera da questo stato solo tramite l”illuminazione” (bodhi) e prende finalmente coscienza del fatto che la sua vera natura è il “Sé”, assoluto e infinito, con il quale l”io” fenomenico si identifica.
Il buddismo respinge l’idea di un Io, di un’anima individuale, perché essa rappresenta l’illusione fondamentale.
La falsa visione del proprio essere induce l’uomo ad avere desideri egoistici, all’attaccamento spasmodico verso cose e persone, all’odio, alla malevolenza, all’orgoglio, all’invidia e a un’infinità di altri desideri distruttivi.
Se la prima caratteristica fondamentale dell’esistenza umana è l’anatta, la seconda è l’anicca (in sanscrito anitya) che significa “impermanenza” e “inconsistenza”: per il buddismo niente è durevole e sostanziale, nella realtà ogni cosa e ogni forma si scompongono e si trasformano in continuazione, ogni cosa scorre via, nulla resta uguale a se stesso.
Anche la materia apparentemente più solida è destinata a decomporsi e il piacere più intenso a dissolversi. La paura di perdere ciò che ci si illude di possedere può sprofondarci in un profondo e acuto dolore.
Di qui lo stretto collegamento con dukkha, la sofferenza insita nell’esistenza. I monaci tibetani, per meditare sull’Impermanenza, sono soliti costruire dei manda/a (disegni circolari molto elaborati e ricchi di simbologie) con sabbia colorata e finissima.
Una volta terminato il lavoro, il manda/a viene distrutto e la sabbia raccolta e versata in un corso d’acqua, al fine di diffonderne ovunque gli effetti benefici.
Nessun essere dunque (e tanto meno alcuna ideologia) ha consistenza reale e quindi non può offrire un punto di appoggio stabile e duraturo.
La terza caratteristica della vita umana è il dukkha (in sanscrito duhkha,), che alla lettera significa “sofferenza”, “dolore”, traduzione che però non rende appieno la complessità e le sfumature del suo significato originale.
Il buddismo considera la sofferenza connaturata nella nostra stessa condizione di esseri umani e nella nostra incapacità di abbandonare ciò che è transitorio e vacuo per consolidare ciò che è permanente e davvero importante per realizzare la nostra natura. Esso è causato in noi dalla “sete” (tanha) del piacere e il desiderio, e per i buddisti è un male da sradicare in quanto incatena l’essere umano al ciclo delle rinascite (samsara) dal quale ci si libera con l”estinzione del desiderio”, attenendosi al “nobile ottuplice sentiero”, insegnato dal Budda.
La “saggezza” (prajna) consiste dunque nella comprensione intuitiva dell’impermanenza, della sofferenza e della non-sostanzialità di tutte le forme di esistenza, e conduce alla “liberazione” (moksha) definitiva dalla necessità di rinascere e da ogni sofferenza, rendendo accessibile il nirvana (o nibbana), la condizione di distacco dalle cose sensibili e dalle passioni.
È tuttavia importante notare che queste dottrine buddiste restano nello sfondo dello Zen, sia perché esso non è un sistema filosofico, ma una “pratica”, sia perché in parte questi concetti sono da esso riletti e reinterpretati.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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