15 Novembre 2019

Zazen

Zazen :l’importanza del presente nella meditazione

La pratica zazen avviene, il più delle volte, in stanze disadorne illuminate solo dalla luce di una candela e chi vi partecipa resta in silenzio, fermo e rigorosamente allineato ai compagni.
Solo una voce profonda, di tanto in tanto, irrompe in questa quiete assoluta, fatta di silenzio e completa immobilità, per invitare i presenti a prendere coscienza del momento presente.
Vedendo questa scena, la maggior parte di noi occidentali non capirebbe ciò che sta accadendo in quella stanza, e, a dire il vero, il nostro imbarazzo sarebbe del tutto comprensibile.
In Occidente, infatti, la meditazione in ambito religioso consiste solitamente nello scegliere un passo delle Sacre Scritture sul quale riflettere, per poter giungere a una maggiore e più profonda comprensione del messaggio salvifico di Cristo.
In seguito all’incontro con le dottrine filosofico-religiose orientali, gli studiosi occidentali hanno ampliato il concetto di “meditazione” comprendendo in esso la vasta gamma di pratiche ascetiche di matrice orientale.
In ambito buddista, il termine col quale si indicano i vari tipi di concentrazione in generale è bhavana: esso deriva dalla radice verbale bhu, “essere”.
Pertanto bhavana può essere tradotto come “esserci, esserci pienamente, nell’istante presente”.
Sono le stesse origini della parola “Zen” (che, come è già stato detto, deriva dalla pronuncia giapponese del termine chan, “meditazione”) a indirizzarci sulla giusta strada per comprendere che le pratiche contemplative buddiste, a differenza di quelle nate e praticate in Occidente, non sono basate sulla riflessione strettamente razionale.
La pratica zazen, in particolare, persegue l’obiettivo di raggiungere quello stato in cui si è totalmente e assolutamente calati nel momento presente. Si tratta in altre parole di essere consapevoli di se stessi, del proprio corpo, dei propri pensieri, e di ciò che ci circonda.
Nella tradizione Zen, ricordando che Budda, “l’illuminato” per eccellenza, è colui il quale è completamente sveglio, ma assolutamente calato nella irripetibile bellezza del momento presente, si afferma la stretta correlazione tra zazen e satori: in pratica la meditazione altro non è che l’illuminazione stessa.
La tradizione giapponese prese il nome di” Zen” proprio perché comprese l’importanza della meditazione come unica strada percorribile per raggiungere l’illuminazione. In essa, si pone un forte accento sulla pratica meditativa zazen, e cioè la “meditazione (zen) seduta (za)”. Vediamo, allora, come è materialmente possibile praticare zazen.
Innanzitutto occorre scegliere un posto tranquillo dove sedersi, che sia confortevole, non troppo caldo né troppo freddo, e poi indossare un abito ampio, comodo e possibilmente scuro.
I colori troppo sgargianti dell’abito rischierebbero infatti di distrarre l’attenzione del praticante e dei suoi compagni, influendo negativamente sulla profondità della concentrazione.
È necessario inoltre avere un occhio di riguardo nella scelta del cuscino sul quale si starà seduti decisamente a lungo durante una classica sessione di meditazione zazen: il supporto prescelto dovrà essere quindi ampio e consistente, ma al contempo non troppo duro e imbottito.
La migliore posizione da assumere è quella del loto completo (kekkafusa): il piede destro, con la pianta in alto, va ad appoggiare sulla coscia sinistra e il piede sinistro va sulla coscia destra.
Si deve sedere piuttosto in punta sul cuscino mentre le ginocchia devono toccare bene a terra.
In tal modo si viene a formare una specie di triangolo (i cui tre vertici sono rappresentati dalle due ginocchia e dall’osso ischio) che, spingendo leggermente le vertebre lombari in avanti, dona stabilità e vigore a tutta la postura e permette alla schiena di stare naturalmente eretta senza produrre alcuno sforzo.
In tal modo, chi lo pratica aziona un collegamento tra Cielo e Terra attraverso il quale è possibile raggiungere l’Assoluto.
Per praticare zazen è possibile anche sedersi nella posizione del mezzo loto (hankafitsa), posizione più agevole e per questo consigliabile soprattutto ai principianti. In questo caso solo il piede destro va sulla coscia sinistra, mentre il piede sinistro rimane poggiato a terra, cercando comunque di ricreare la stabilità del loto completo.
In ogni caso le spalle sono rilassate così come le braccia che, in completo stato di abbandono, appoggiano all’altezza dell’avambraccio sulle ginocchia. I gomiti sono leggermente distanziati dal corpo. I muscoli facciali sono completamenti distesi, la lingua poggia sul palato, per limitare la salivazione, lo sguardo è rivolto in avanti con un’inclinazione approssimativa verso il pavimento di 45° circa, senza focalizzare però alcun punto preciso.
A differenza di altre scuole meditative, gli occhi vengono tenuti aperti, e questo per il semplice motivo che il tenete gli occhi chiusi, anche se all’inizio della seduta può risultare molto calmante, di fatto, a lungo andare, induce sonnolenza.
Il mento deve essere rientrato e leggermente reclinato verso lo sterno; la nuca e la cervicale sono distese, come se fossero tirate in alto da un filo invisibile che passa per il centro del cranio.
A questo punto, quando si avverte che la posizione è comoda e stabile, si effettua qualche respirazione profonda prolungando l’atto espiratorio, dopodiché si aspetta che la respirazione si faccia naturalmente calma e regolare.
Si tratta semplicemente di osservare con attenzione il movimento dell’aria che entra ed esce dalle narici e di assecondare il proprio respiro senza tentare di modificarlo forzosamente.
Solo con la pratica costante il respiro si farà quieto e impercettibile.
A quel punto e comunque al terzo suono della campana T-kin, le braccia si sollevano dal corpo e mantenendole parallele al terreno si portano le mani nel mudra di hokkai-jouin, appoggiandole su hara: le mani dunque appoggiano sul grembo, con il taglio interno a contatto con l’addome, la mano sinistra posta sulla destra, le punte dei pollici unite; vale la pena analizzare questa posizione base nel dettaglio, per poi cercare di riprodurla il più fedelmente possibile: la sovrapposizione delle mani è corretta solo quando la falange centrale del dito medio sinistro corrisponde alla falange centrale del medio della mano destra.
Le punte dei pollici si sfiorano a formare un ovale perfetto, che va mantenuto invariato per tutta la durata della seduta. Se ci si assopisce i pollici si allentano e formano la cosiddetta “valle”; se, invece, si sta eccessivamente tesi, i pollici premono forte l’uno contro l’altro andando a formare un “monte”.
Durante la meditazione zazen si deve cercare di focalizzare la propria consapevolezza (kakusoku) sulla postura e il respiro: i due motori che daranno forza alla meditazione.
L’atteggiamento dello spirito durante il zazen è detto shikantaza: il praticante dovrà sentite cioè il proprio corpo mentre mantiene una corretta postura e dovrà ricercarne la perfezione per tutta la durata della seduta controllando spesso i cinque punti base: le vertebre lombari, i pollici, il mento, la lingua e gli occhi.
Gli errori più comuni da evitate consistono nell’incurvare la schiena, allentare la posizione delle mani, perdere il contatto delle ginocchia con la tetra, reclinare il capo o chiudedi te gli occhi.
L’obiettivo è quello di rimanere fermi nella posizione seduta durante tutto il tempo di zazen. Tuttavia, se proprio si avverte la necessità di sgranchirsi, dopo aver eseguito l’inchino rituale a mani giunte (gassho), si scioglie la posizione cercando di fare meno rumore possibile e di non disturbare la pratica degli altri.
Quando si è pronti a riprendere la posizione, si ripete gassho e si torna in posizione. Un problema che incontra il novizio è quello di fornite alla propria mente discorsiva una alternativa al bisogno di rimuginare su pensieri vari e farsi distrarre dalle preoccupazioni quotidiane.
Quando i pensieri sorgono, tuttavia, a nulla serve cercare di arginarli: non vanno quindi ostacolati bensì osservati con distacco, lasciandoli li ber di attraversare la nostra mente come nubi che attraversano il cielo sospinte dal vento.
Si tratta allora di fornire alla mente uno strumento che calmi l’impulso a pensare ma che al contempo la mantenga legata al momento presente.
L’attenzione alla postura e alla respirazione sono la risposta, e rappresentano le uniche due occupazioni che tengono impegnato il meditante.
La pratica Zen richiama fortemente lo stato di presenza dell’uomo, lo spinge alla capacità di “esserci” qui e ora. Un atto di presenza totale e completo, perché permette al praticante di scoprire una dimensione e una prospettiva nuova dalla quale è possibile scorgere il proprio Sé originale.
La mente discorsiva è una grande nemica della meditazione: essa è subdolamente sempre in agguato, pronta a far ricadere il praticante in una dimensione di inautenticità e superficialità, sospesa tra passato (che non esiste più) e futuro (che esiste ancora).
Non è difficile capire, allora, che la mente discorsiva costringe l’uomo a vivere come un “fantasma”, sganciato dal momento presente, l’unica reale dimensione nella quale si svolge la vita umana.
Il semplice fatto di sedersi con piena consapevolezza di se stessi vuoi dire accettare e, dunque, comprendere la propria reale natura. La meditazione zazen è necessaria perché sarebbe impossibile arrivare a comprendere la propria natura solo attraverso il pensiero razionale: ecco perché si dà tanta importanza alla pratica dello zazen.
Quando si è seduti, mentre il corpo e tutta la mente sono tesi verso un unico obiettivo e sono concentrati sulla postura, semplicemente seduti ad apprezzate il silenzio e l’immobilità, è possibile osservate se stessi, accettarsi e riconoscersi parte di quel tutto che altro non è se non il cosmo intero.
È per questo che si dice che lo zazen è la porta che dà accesso alla reale pace e armonia in cui tutte le esistenze dei cosmo vivono da sempre: il satori.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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