La pratica del forcipe, oggi poco usata, era piuttosto frequente fino a una quindicina di anni fa: per estrarre dall’utero un bambino che, per determinati motivi, non riesce a venire alla luce in maniera naturale, la sua testa viene stretta e girata con l’ausilio di una pinza (il forcipe), oppure letteralmente aspirata verso l’esterno con una coppa metallica, detta “ventosa”.
È chiaro che l’intervento con questi strumenti stilla testa del bambino sia vissuto da quest’ultimo come un puro atto di violenza che, in futuro, egli continuerà ad associare con l’aiuto offertogli dagli altri. La sensazione fisica del forcipe genera avversione e disagio per il contatto fisico: l’eccessiva vicinanza delle altre persone è spesso fonte di emicranie.
Queste persone amano rendersi utili aiutando il prossimo, ma al contempo diffidano degli altri. Preferiscono affrontare i problemi in solitudine, come per dimostrare a se stessi che avrebbero potuto farcela tranquillamente a nascere senza aiuto.
Nelle relazioni con le altre persone hanno difficoltà a fidarsi completamente perché temono di essere manipolati o controllati. Amano ricoprire di attenzioni il partner, ma quando quest’ultimo ricambia non accettano, temendo che dietro ad un gesto gentile si nasconda un secondo fine. Nell’attività lavorativa non tollerano che i colleghi esercitino pressioni o li forzino in qualche maniera: aspirano all’indipendenza, ma quando sono in difficoltà non esitano a chiedere aiuto a qualcuno.
tratto da “Rebirthing” a cura di Silvia Canevaro Ediz. The Art Book