18 Maggio 2021

Samadhi e Dhyana

Samadhi

Questa contemplazione dell’oggetto conduce allo stato di samadhi  quando viene meno l’autocoscienza, la soggettività pura e semplice che si interpone tra la coscienza di sé e la realtà che é dietro l’oggetto. Con la scomparsa della consapevolezza di se stessa da parte della mente,  quando la sua “forma propria, o natura essenziale scompare,  ci é consentito di entrare in un nuovo mondo.
Non si tratta di svuotare la mente dal momento che essa é riempita dall’oggetto di meditazione, si tratta di entrare in un rapporto di fusione nella coscienza tra il soggetto e l’oggetto: l’oggetto percepito e chi percepisce si fondono in un unico stato.
In quel preciso istante siamo la stessa materia animata dalla stessa energia. Non c’é più dualità.
E’ questa l’esperienza dell’unità. Nella dissoluzione della forma si annulla ogni separazione.
Si è spesso paragonato lo stato di  samadhi a una condizione di pre-morte perché c’è l’esperienza del trapasso a una diversa forma di esistenza.
Il progressivo sfumare dei confini del proprio io porta a una espansione della coscienza, è questa una profonda aspirazione di tutti gli esseri.
Quando si realizza il samyama si accede a un tipo di intelligenza diversa da quella abituale, vengono potenziate le facoltà intuitive e la mente che liberatasi dagli ostacoli e dai suoi meccanismi dell’abitudine e del giudizio, esprime tutte le sue potenzialità di penetrazione della realtà andando al di là delle forme apparenti, questo ci dà una grande potenza e ci apre la strada a “trasformazioni sia a livello della natura profonda che degli organi sensoriali” ( Y. S. 13,III°).
Ma queste trasformazioni non vengono considerate dei doni ma un processo naturale, risultato dell’ appassionato lavoro di ricerca verso la liberazione.
C’è, quindi, nel cammino una trasformazione dei sensi e della mente, che, perfezionati, acquistano poteri.
Patanjali ha voluto dedicare un’intera sezione ai poteri,  siddhi, che si acquistano con il samyama data la loro importanza sul piano della realizzazione, ma anche parlando dei rischi che questi risultati possono costituire per un praticante non avanzato e saldo nei principi etici; non bisogna dimenticare che  in ogni uomo esistono delle potenzialità inespresse che possono rivelarsi dopo un processo di purificazione indicato nello yoga, e questo ci porta ad un potenziamento di tutte le nostre capacità.
Proprio questi poteri, questa intelligenza penetrativa può diventare un ostacolo sulla via della liberazione, delkaivalyam o isolamento: il risveglio dei poteri diventa pericoloso perché essi ci riconducono al condizionamento.
Kevala significa “solo”, “unico” e quando si vive questa solitudine si attua lo stato di kaivalya, la libertà assoluta, incondizionata.Questa libertà deve essere riscoperta, non ottenuta e posseduta.
In questo lungo viaggio, molto più ricco di riflessioni, suggerimenti, indicazioni, tecniche e risultati di quanti io ne abbia esposti, la psicolgia dello Yoga é andata al di là della psicolgia stessa, la ricerca é andata oltre la ricerca, l’uomo ha trasceso l’uomo.
E’ una visione olistica che mette in relazione il tutto con il Tutto, che guarda all’evoluzione dell’uomo come risultato dell’unione delle polarità, che si contrappone alla polarizzazione materialista assunta dalla scienza attuale e della conseguente rimozione della coscienza. In questo modello dicotomico Dio-Materia, dove a un Dio trascendente e di puro spirito, si contrappone necessariamente una visione scientifica che considera la realtà puramente materiale si dimentica che materia deriva da mater, la madre.
Da sempre le religioni antiche hanno sostenuto che l’intera creazione materiale ed ogni suo sviluppo è opera divina. Nella descrizione dello yoga, esposto nel primo capitolo, abbiamo avuto modo di comprendere quanto questa filosofia, e tutte le antiche forme di spiritualità, non sono in nessun modo ostili alla materia, non la demonizzano come priva di vita e di coscienza, al contrario ne sostengono l’assoluta sacralità in quanto veicolatrice dello Spirito.
Com’é meglio usare il nostro corpo, i pensieri, le emozioni, la mente? Insomma tutto l’insieme di questo mistero che é l’uomo?
La risposta sembra essere nel cuore di ognuno di noi, senza pre-giudizi, opinioni o convinzioni, la risposta é oltre lamente.
E’ nel cuore, dove risiede l’Anima. 
Dhyana
Abbiamo conquistato la capacità di interiorizzarci intensamente per poter raccogliere la mente su un punto o uno spazio, (dharana), e tenerla stabilmente, dhyana. Nell’esercizo della dharana la mente é concentrata su un solo oggetto,  ma ogni oggetto possiede diverse qualità e aspetti che la mente via via considera singolarmente, quindi pur restando concentrata sull’oggetto é pur sempre in movimento, questi movimenti sono ancora considerati da Patanjali distrazioni.
L’obiettivo successivo consiste sia nell’eliminazione delle distrazioni ma anche nel focalizzare la mente sull’oggetto per lungo tempo: quando questo si sia ottenuto si é raggiunto lo stato del dhyana, ogni spiraglio di distrazione impedisce il raggiungimento del samadhi. 
Quindi la continuità, l’assenza di distrazioni, si devono considerare come il parametro per misurare l’intensità dellaconcentrazione.

Sezione a cura di Lucia Giovenali

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