05 Aprile 2020

Evoluzione del buddismo

Evoluzione del buddismo giapponese

Storicamente la religione buddista fece la sua comparsa in Giappone nei primi anni del VI secolo. Allora, alcuni monaci coreani portarono le traduzioni cinesi dei libri canonici (Sutra)  nella terra del Sol Levante e qui, nonostante l’opposizione di due famiglie sacerdotali locali, i Nakatomi e i Mononobe, si diffuse velocemente.
Un ruolo importante giocò la famiglia dei Soga che, essendo rivale delle due precedenti, contribuì con decisione all’affermazione della religione importata.
Alla fine del I secolo vi fu il definitivo riconoscimento del buddismo: fu Shotoku Taishi, un principe reggente della casa imperiale, a comprenderne la superiorità morale e intellettuale rispetto alla religione nazionale tradizionale (shinto), e a incrementarne la diffusione con la costruzione di numerosi templi, tra i quali il celebre Horyuji, presso Nara.
Verso la metà del VII secolo, grazie ai sempre più frequenti rapporti e scambi culturali tra Giappone e Cina, il Buddismo si diffuse ulteriormente e con sorprendente rapidità.
L’apogeo della propria influenza temporale fu quando a Nara, la nuova capitale, venne inaugurata una gigantesca statua del Budda, chiamata “Daibutsu”.
Al tempo esistevano in Giappone sei scuole buddiste, tre nell’ambito del Buddismo mahayana (“grande veicolo”) e tre riconducibili al theravada (“piccolo veicolo”).
Si differenziavano tra loro solo per i mezzi con cui perseguivano la ricerca dell’essere, e i loro insegnamenti erano riservati ai letterati.
Alla fine dell’VIII secolo, con la nascita delle sette ten-dai e shingon, di stampo nazional-popolare, il Buddismo si aprì ai ceti meno abbienti; nello stesso periodo, inoltre, la scuola denominata ryobu-shinto, si propose, con buoni risultati, di conciliare il Buddismo con l’antico culto indigeno dello shinto.
Accanto a queste sette, ufficialmente riconosciute, si sviluppò anche il culto di Amida, ovvero una forma di buddismo più popolare e individualista.
Ma fu solo verso la fine del XII secolo che apparve una dottrina nettamente originale, nata in Cina dall’incontro del buddismo mahayana con il taoismo: stiamo parlando del buddismo Zen.
Grazie alla sua semplicità e all’assenza di dogmatismi, lo Zen ottenne immediato favore presso la casta militare dei samurai e resistette all’attacco portato dall’arrivo delle nuove religioni (come il cattolicesimo nel XVI secolo), dal ritorno di altre (come il confucianesimo, durante lo shogunato dei Tokugawa tra il 1600 e il 1868) e alla crisi subita nel secolo scorso quando, in seguito all’apertura verso l’Occidente, il governo giapponese tentò di ristabilire e diffondere tra il popolo la vecchia religione nazionale dello shinto.
Lo Zen, nato come una branca della tradizione mahaayana, è oggi ritenuto da alcuni studiosi come una tradizione autonoma – “al di fuori delle scritture, non dipendente da parole o da lettere”, come recita un detto cinese.
Le origini dello Zen sono riconducibili dalla leggenda di Bodhidharma, monaco buddista indiano, vissuto nel vi secolo, discepolo di Budda e primo patriarca del buddismo Zen.
Egli si sarebbe recato in Cina dall’imperatore Wu (che regnò dal 502 al 550 d.C.), convincendolo dell’opportunità di promuovere una nuova forma di meditazione buddista.
Benché l’esistenza storica di Bodhidharma non sia dimostrabile, la leggenda rimane un elemento fondante essenziale del buddismo Zen e gli studiosi contemporanei affermano con un buon margine di sicurezza che sia i maestri itineranti cinesi di meditazione buddista del IV e V secolo, sia i seguaci del taoismo, esercitarono una considerevole influenza sulla nuova dottrina.
Da Bodhidharma sarebbe discesa una linea di primi “patriarchi” del buddismo Chan. Il secondo, Hui-k’o (487-593), e il terzo, Seng-rs’an  (606), sono anch’essi figure dai tratti più leggendari che storici.
Qualche notizia in più si sa invece del quarto e del quinto patriarca, ovvero Tao-hsin (580-65 1) e Hung-yen (601-674): questi ultimi trasformarono il movimento in una realtà prevalentemente monastica e tale sviluppo venne consolidato dal sesto patriarca Hui-neng (638-7 13).
Proprio a Hui-neng è attribuito il Sutra del sesto patriarca che, di fatto, è l’unico testo Ch’an che ha il titolo di Sutra.
Il testo insegna che l’illuminazione giunge improvvisa, ma, perché ciò avvenga, il monaco si deve preparare con un lungo addestramento fatto di impegnativi esercizi fra cui emergono i kung-uan (in giapponese koan): problemi apparentemente insolubili che la mente analizza accuratamente fino al raggiungimento dell’illuminazione.
Il ricorso a questi particolari strumenti di meditazione è tipico della “scuola del Sud”, cui si contrappone, in Cina, un movimento minoritario chiamato “scuola del Nord”, secondo il quale l’illuminazione si ottiene, invece, attraverso un processo lento e graduale.
Dopo Hui-neng, il movimento Ch’an fiorisce in diversi indirizzi, fra cui emergono quello Linchi (in Giappone Rinzai), fondato da Lin-chi Ihsùan (866), e quella Ts’aotung (in Giappone Soto), il cui nome combina quelli dei suoi fondatori: Ts’ao-shan Pen-chi (840- 901) e Tung-shan Liang-chieh (807-869).
Nei secoli seguenti, con il fiorire dello Zen, si sviluppano in Cina alcune delle più importanti raccolte di kung-uan, che sono ancora oggi in uso.
A partire dal periodo Ming (1368-1644) ha inizio un periodo di decadenza del movimento Ch’an che porta la scuola Lin-chi a prevalere sulle altre realtà meno forti.
Nei primi secoli del secondo millennio la dottrina si diffuse in Giappone anche grazie all’appoggio delle caste militari che la appoggiarono e finanziarono.
Le origini cinesi sono evidenti nel buddismo giapponese. Per esempio, nella scuola tendai, fondata nel IX secolo da Saicho (767-822), sono evidenti le influenze del movimento Ch’an e il dato è confortato dalle numerose visite di maestri cinesi attestate fin dagli ultimi tre secoli del primo millennio.
La fondazione del vero movimento Zen è attribuita, tuttavia, a Myoan Eisai (1141-1215). Fu lui, dopo due viaggi in Cina, a cercare di introdurre le tecniche di meditazione Ch’an  in Giappone.
La “nuova dottrina”, sì come la si chiamava, si scontrò subito con l’opposizione dei potenti monaci conservatori tendai che la ritenevano troppo innovativa.
Il maestro, però, riuscì a far accettare le nuove teorie grazie a uno scritto apologetico del 1198, il Kozen gokokuron (“Trattato sulla diffusione dello Zen per la protezione della nazione”).
Eisai venne così a compromesso con i monaci tendai e, nominato responsabile dell’importante tempio Kenninji a Kyoto, lo ristrutturò in modo da permettere contemporaneamente la possibilità di praticare il rituale tendai, quello esoterico shingon e la meditazione Zen.
Il discepolo Kokushi Shoichi (120 1-1280) – abate fondatore del monastero Tofulcuji di Kyoto – portò avanti l’insegnamento secondo la stessa linea conciliante ed elastica.
Questi primi sforzi – in cui si trova lo Zen insegnato assieme agli insegnamenti tendai e shingon – sono considerati gli apripista che permisero, nella seconda metà del XIII secolo, l’arrivo in Giappone di quattro maestri cinesi di scuola Lin-chi (Rinzai) che per primi insegnano una forma “integrale” di Zen.
Nel frattempo, dopo il viaggio in Cina del monaco Dogen (1200- 1253), anche l’altra principale scuola cinese, quella Ts’ao-rung (Soto), era arrivata in Giappone.
Dogen era l’autore della monumentale opera in novantacinque volumi Sbobogenzo.
Egli era fautore e maestro della meditazione zazen: una tecnica che cerca l’illuminazione paragonandola alla maturazione di un seme che rappresenta la “buddità” e che sarebbe presente in ogni persona sin dalla nascita.
A partire dal XIV secolo, la scuola Rinzai si organizzò in un’ampia rete di templi locali affiliati a cinque templi principali di Kyoto e altrettanti di Kamakura.
Un undicesimo tempio, quello Nanzenji di Kyoto, era considerato il “primo tempio dell’Impero”, ed era predominante su tutti gli altri. Un altro tempio Rinzai di Kyoto, il Daitokuji, uscì da questo sistema delle “montagne” nel 1431.
I suoi monaci si dichiararono indipendenti e custodi di una forma “pura” di Zen Rinzai, che nel XVI e XVII secolo maturerà la via meditativa incentrata sulla cerimonia del tè.
La scuola soto – divisa in due branche dal XIII secolo – si sviluppò separatamente, ma, fondamentalmente, in parallelo alla Rinzai. Successivamente nel XVII secolo, dopo la venuta in Giappone del maestro cinese Yin-Yùan Lung-ch’i (in giapponese Ingen Ryuki, 1592-1673) si sviluppò una terza scuola, quella ubaku che rimase, però, in posizione minoritaria. Il XVII secolo vede anche il risveglio della scuola soto che, negli anni precedenti, aveva sofferto a causa delle guerre nelle zone dove era più influente. Sempre nel XVII secolo, l’ambiente rinzai incontra la nascita di una grande figura. Si tratta di Ekaku Hakuin (1686-1768), un maestro del koan che unificò i vati indirizzi rivali presenti all’interno della scuola.
All’inizio del periodo Meiji (1868-19 12), lo Zen resiste al tentativo di sopprimere il buddismo in Giappone gtazie anche alla guida del maestro rinzai Kosen Imakita (1816-1892).
Il suo discepolo, Soyen Shaku, e il suo allievo, Daisetz Teitaro Suzuki, (1870-1966) avranno, nel XX secolo, un ruolo centrale nella diffusione dello Zen in Occidente.
Oggi in tutto il mondo si trovano centri della scuola Soto, Rinzai (anche in Italia) e anche Ch’an, che sono veri e propri punti di riferimento e poli di aggregazione per gli immigrati cinesi nei vari Paesi.

Tratto dal libro “Zen” – Key Book

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