08 Agosto 2020

Il trapianto di cornea

Da anni si parla degli straordinari progressi fatti dalla chirurgia nel dopoguerra.
La chirurgia classica è progredita specialmente per il progresso dei mezzi anestetici, dell’antibiosi preoperatoria e postoperatoria e per le possibilità di contenere, di prevenire e di combattere validamente il rischio conseguente ad emorragie profuse.
Questa scoperta, opera di numerosi scienziati nel campo della medicina, ha permesso il formarsi di una chirurgia di avanguardia, la chirurgia sostitutiva nell’ambito di organi prima considerati intangibili.
Nella chirurgia sostitutiva il trapianto di cornea, che ha permesso di ridare a molti ciechi la vista perduta, occupa uno dei primi piani per le possibilità di successo indiscutibili.
Va detto che non tutti i ciechi possono riacquistare la vista con questo intervento, che trova delle indicazioni limitate alle alterazioni della trasparenza corneale congenite od acquisite ed a certe malattie in particolari fasi gravemente evolutive, come il cheratocono ed alcune cheratiti recidivanti.
Gli oculisti che eseguono questo tipo di intervento in Italia sono oggi numerosi e le casistiche di successi, dal 1934, sono sempre in aumento.
Uno dei pionieri italiani di quest’operazione sull’uomo fu il Nicolato, ma per molti anni gli interventi di questo tipo furono tenuti quasi nascosti per una legislazione contraria all’utilizzazione di parte di cadavere. In altri paesi tale operazione fu più frequente e la stampa cominciò a parlare di questo intervento miracoloso come di qualche cosa di superiore alle possibilità dei nostri chirurghi; e ciò era sbagliato.
Il successo del trapianto di cornea è legato alla capacità del nostro organismo di tollerare il tessuto di un altro individuo, anche non della stessa razza e non consanguineo, per il fatto che la cornea è normalmente priva di vasi e trae il suo nutrimento, per uno speciale processo di osmosi, dai tessuti circostanti.
Si può operare anche con cornee di animali, previo particolare trattamento come per la cornea liofilizzata di bue: ma in genere quest’intervento si esegue non per ridare la vista perduta, bensì per uno speciale scopo trofico, in modo da stimolare alla guarigione certe cheratiti recidivanti e su base distrofica, dovute ad agenti infettivi che attaccano la cornea umana. In genere queste cornee in un tempo più o meno breve si opacizzano, però scompare il dolore e la fotofobia; la malattia guarisce ed in seguito si può anche procedere al trapianto di cornea umana per ridare un po’ di vista.
Diversi sono gli scopi che si possono perseguire con un trapianto o innesto di cornea:
1. Scopo ottico per ridare la vista;
2. Scopo terapeutico nel caso anzidetto e nel cheratocono;
3. Scopo tettonico o di copertura per ricoprire gravi perdite di sostanza della
cornea, specialmente in seguito a ferite sclero corneali;
4. Scopo estetico per sostituire con un tratto trasparente una parte opacata della cornea (i cosiddetti leucomi, o cicatrici biancastre).
Il trapianto di cornea può essere centrale e periferico, perforante (cioè a tutto spessore) o lamellare.
Può essere rotondo o angolato. Più comunemente si usano dischetti corneali da tre a sei-sette millimetri di diametro, di maggior ampiezza per trapianti a scopo riparativo o curativo.
Si usa lo stesso trapano per prelevare la cornea da innestare e per asportare quella alterata da sostituire.
L’innesto è lamellare o perforante, secondo l’opacità corneale, se essa, cioè, è negli strati anteriori o posteriori della cornea.
È un intervento molto delicato, non difficile, ma di molta pazienza. In genere si favorisce l’attecchimento con punti di sutura; più essi sono numerosi, meglio è ( in genere si segue la regola di un numero uguale al numero di millimetri del diametro del trapianto più uno), stando attenti a non sfrangiare i margini del trapianto.
Questi punti in genere non si levano prima di sette giorni. Gli occhi devono rimanere bendati per una decina di giorni; l’occhio operato si sbenda dopo 2-3 settimane.
Come in tutti gli altri tipi di intervento, anche per il trapianto della cornea, non si hanno risultati positivi al 100%; si possono inoltre avere complicazioni precoci o tardive. I risultati si possono considerare definitivi dopo almeno sei mesi e talora anche dopo un anno.
La cornea di un vivente da innestare non vale più di quella prelevata da persona deceduta da poco; le cornee di persone anziane attecchiscono meglio delle cornee di persone giovani.
La cheratoplastica, o trapianto di cornea, non è come si è detto l’unica cura per la cecità, la quale trova questa indicazione curativa in un numero limitato di casi, e non è neppure l’unico intervento oculistico che possa destare nel profano curiosità ed anche meraviglia.
Nella chirurgia estetica e funzionale esistono infatti altri interventi di notevole effetto sia per l’occhio in sé sia per l’armonia del viso.
Ricordiamo, a questo proposito gli interventi per correggere la «ptosi palpebrale» (caduta delle palpebre), l’ectropion e l’entropion (rispettivamente l’arrovesciamento in fuori o in dentro delle palpebre), la dacriocistorinostomia (neocomunicazione del sacco lacrimale con la cavità nasale) per l’ostruzione delle vie lacrimali, la correzione dello strabismo, ecc., tutte affezioni che trovano la loro origine in cause più diverse.
Ma il fatto di poter ridare la vista a chi l’ha perduta in seguito a ferita corneale accidentale, a causticazione o ad infiammazioni con esiti cicatriziali in leucomi vasti corneali, costituisce una specie di miracolo nell’ambito della chirurgia moderna.
È altresì importante che tutti sappiano che la vista si può perdere per molteplici cause ed anche per affezioni cerebrali o dei nervi ottici, – al di fuori quindi degli occhi– e che queste affezioni possono precedere, accompagnare o seguire l’opacità corneale e che devono essere escluse prima di tentare questo intervento chirurgico.
Tale operazione investe poi particolari aspetti giuridici, infortunistici, sociali, assicurativi ed etico-religiosi.
Tali aspetti non collimano in tutti i casi con lo spirito umanitario che dev’essere posseduto da ogni medico, in quanto un insuccesso può raccogliere tante critiche e tanti processi di responsabilità nella nostra società attuale da non invogliare a continuare su questa via per il bene dell’umanità.

Tratto dal libro “Igiene e Malattie degli Occhi” R.J Schillinger e P.Lodi Menestrina  – ed.ADV Firenze

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